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Piani anti-crisi volontari delle banche Usa alla Fed

Le grandi banche americane hanno presentato alla Federal Reserve nuovi piani anti-crisi volontari, per evitare che in futuro terremoti dell’alta finanza, come accaduto nel 2008, scuotano i mercati e ricadano sulle casse pubbliche con salati costi di salvataggio. Ma il ramoscello d’ulivo offerto da Wall Street ha anche un obiettivo più vicino ai suoi interessi: grazie alla mossa preventiva e coordinata il mondo della finanza cerca di scongiurare la possibilità di ulteriori giri di vite delle autorità di regolamentazione, che stanno discutendo l’adozione di maggiori garanzie e controlli.
Il piano, ha rivelato il Wall Street Journal, è stato portato all’attenzione della Banca centrale durante incontri informali avvenuti il 22 maggio a Washington tra esponenti della Fed e un gruppo di holding finanziarie considerate «troppo grandi per fallire», vale a dire il cui collasso rischierebbe di mettere in ginocchio il sistema economico. Al vertice erano presenti tra le altre Wells Fargo, Citigroup e Bank of America.
Le banche, stando ai dettagli emersi e contenuti in un documento di una decina di pagine, cercano di venire incontro alle preoccupazioni dei regulators. In particolare hanno offerto alla Fed l’impegno a mantenere una solidità di capitale a prova di crisi, a cominciare da particolari livelli e caratteristiche di debito ed equity. Il debito sarebbe infatti almeno in parte a lungo termine, una richiesta da tempo delle autorità che finora aveva però incontrato la resistenza dalle banche che lo giudicano troppo caro. Nell’insieme, i requisiti di capitale volontari formati dal nuovo mix ammonterebbero al 14% degli asset ponderati per il rischio. Questa percentuale salirebbe oltre, tra il 15% e il 16,5%, nel caso dei sei principali istituti per dimensioni, un elenco che comprende anche JPMorgan, Goldman Sachs e Morgan Stanley. Le risorse così stanziate sarebbero a disposizione anzitutto per coprire interventi di ristrutturazione e risanamento qualora le authority dovessero rilevare controllate delle banche a causa di pericoli di crack.
Le autorità non hanno ancora risposto alla proposta e rimane da vedere se la considereranno adeguata. La Fed di recente ha ipotizzato tra l’altro di stabilire vere e proprie soglie minime di debito a lunga per le grandi banche. I maggiori istituti statunitensi, sotto l’occhio vigile e gli stress test della Banca centrale, hanno rafforzato di 400 miliardi di dollari il loro capitale negli ultimi anni post-crisi. Le authority hanno però fatto sapere che sono pronte a rendere più severe le norme sui requisiti di capitale per quelle banche che rimangano troppo grandi e complesse e come tali una minaccia per la stabilità finanziaria in caso di collasso. La stretta, hanno avvertito, potrebbe andare al di là del rispetto dei nuovi standard di capitale concordati su scala internazionale nell’ambito degli accordi di Basilea 3, la cui adozione dovrebbe essere completata negli Stati Uniti entro il mese prossimo e che potrebbe costare alle grandi banche americane una ritenzione di debito per altri 380 miliardi.

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