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Pianeta Google: nuovi arrivi in vista. E non sono virtuali

Il primo smartphone «disegnato, progettato e assemblato negli Usa sta arrivando». Lo annuncia la campagna pubblicitaria lanciata la settimana scorsa sui quotidiani americani da Google per Moto X, il nuovo telefonino intelligente della controllata Motorola che vuole sfidare Apple. È una pagina intera con uno slogan finale — «Moto X. Arriva presto. Disegnato da voi. Assemblato negli Usa» — che fa chiaramente il verso alla parallela campagna della rivale per l’iPhone, «Disegnato da Apple in California», pubblicata lo stesso giorno, poche pagine prima sugli stessi giornali.
Più aggressivi
È una Google sempre più aggressiva quella guidata dal co-fondatore Larry Page, ceo dall’aprile 2011. E sempre più grande e potente, tanto da far levare pressanti appelli — da parte delle associazioni dei consumatori e di studiosi come Richard Sennett, docente alla London school of economics e alla New York University — perché le autorità antitrust la facciano a pezzi. A Wall Street Google ha già battuto Apple come l’azienda tecnologica più valutata al mondo, al netto della liquidità in cassa. Tenendo conto infatti dei 145 miliardi di dollari cash che Apple aveva a fine marzo (ultimi dati disponibili) il suo valore in Borsa è di 247,8 miliardi, meno dei 250 calcolati allo stesso modo per Google.
Grande considerazione
Sono numeri indicativi di quanto forte Google sia considerata dal mercato, grazie alla sua posizione ultra dominante come motore di ricerca, quella che garantisce il fatturato pubblicitario (pari a oltre il 90% di tutte le sue entrate) e i ricchi profitti (pari al 30% del fatturato). Un’altra misura è ovviamente la performance delle azioni: quelle di Google sono salite del 50% negli ultimi 12 mesi, mentre Apple ha perso il 30% e l’indice del Nasdaq è salito solo del 15%.
Ma nemmeno tutti gli azionisti di Google sono contenti. Un fondo pensione del Massachusetts, il Brockton retirement board l’anno scorso aveva fatto causa contro Page e il co-fondatore Sergey Brin (ora responsabile dei progetti speciali nel segretissimo X Lab) per aver architettato un’ulteriore complicazione della struttura societaria che assicura loro il controllo (56% dei diritti di voto) pur possedendo solo il 15% del capitale. A metà giugno la causa è stata risolta con un accordo che dà il via libera alla creazione di una terza classe di azioni, «C», senza alcun potere di voto, che si aggiungono alle «A», quelle normalmente quotate e possedute dal pubblico, e alle «B», quelle con superpoteri di voto (dieci voti l’una) possedute da Page e Brin. In pratica si tratta di uno sdoppiamento (split) delle azioni: per ogni «A» sarà emessa una «C» a favore dello stesso azionista, che fra un anno sarà risarcito — secondo i termini dell’accordo — se le quotazioni delle «C» saranno inferiori a quelle delle «A». Dopo lo split, le azioni «C» dovrebbero servire, secondo le intenzioni del ceo, a finanziare nuove acquisizioni senza intaccare il potere di controllo di Page e Brin.
«Alimenteranno l’attività frenetica in cui Google è impegnata per costruire un impero e motivata solo dal desiderio dei suoi fondatori di provare che sono le persone più intelligenti e notevoli del pianeta», ha commentato su Slate il blogger Matthew Yglesias, secondo cui sarebbe meglio se i profitti di Google fossero semplicemente distribuiti agli azionisti.
Espansione dell’impero
L’«impero» Google in effetti continua a espandersi nelle direzioni più diverse. Per consolidare il suo dominio sulle ricerche online, ha appena annunciato l’acquisizione della società israeliana Waze, un’operazione che ha attirato di nuovo i fari dell’Antitrust americana, la Federal trade commission (Ftc). Waze era l’unico serio concorrente di Google nella creazione delle mappe geografiche e nei servizi di navigazione stradale: il suo fondatore Uri Levine lo scorso gennaio si era vantato di potersi permettere di essere in un business così costoso, perché i dati per l’applicazione di Waze — che fornisce informazioni sul traffico in tempo reale — vengono gratis dalla comunità dei suoi utenti, 50 milioni nel mondo. Ora che Google vuole prendersela, la Ftc si chiede quale impatto avrà sui consumatori e sul loro diritto di avere più opzioni fra cui scegliere.
L’antitrust americana aveva lasciato cadere a gennaio l’inchiesta sulla posizione di Google nel mercato della ricerca online, decidendo che non era monopolista: negli Usa infatti l’azienda di Mountain View controlla «solo» due terzi delle ricerche, mentre ne controlla l’82,7% nel mondo e in particolare oltre il 90% in Europa. Dove l’antitrust ha invece ancora aperta, dal 2010, un’azione contro il sospetto di abusi della posizione dominante di Google nella gestione della pubblicità legata ai risultati della ricerca. La campagna sul «primo smartphone made in Usa» è fatta quindi anche per ingraziarsi politicamente il pubblico americano, propagandando che per produrre il Moto X saranno assunti 2 mila lavoratori in una fabbrica a Fort Worth, in Texas, appartenente peraltro all’azienda di Singapore Flextronics. Ma l’afflato patriottico di Google non commuove i critici come Sennett, che sul Financial Times l’altra settimana ha sostenuto che se la Ftc fosse fedele allo spirito originario dell’antitrust dovrebbe senz’altro dividere l’«impero»: «cent’anni fa si era capito che una volta al potere il plutocrate inevitabilmente soffoca il talento di chi minaccia il suo dominio. La soluzione è (…) usare il potere dello Stato per combattere le successive ondate di aziende diventate troppo grandi». Un’evenienza contro cui Google non a caso ha ingaggiato un esercito di lobbisti sia negli Usa sia in Europa.

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