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Pharma, riparte la febbre da fusioni

Poche settimane dopo il tentativo fallito di Pfizer di conquistare AstraZeneca, un’altra compagnia farmaceutica americana è invece riuscita a conquistare una società britannica. Il consiglio di amministrazione di Shire ha accettato ieri l’offerta rivista da 31 miliardi di sterline, o 53 miliardi di dollari, di Abbvie, e il mercato ha accolto la notizia spingendo il titolo al massimo storico di 50,45 sterline ieri alla Borsa di Londra.
La compagnia farmaceutica Usa, che ha sede a Chicago, aveva già fatto quattro offerte negli ultimi due mesi, che erano state tutte respinte da Shire perchè non riflettevano il giusto valore del gruppo. Per convincere la società inglese, che produce farmaci altamente specializzati per malattie rare, Abbvie ha alzato l’offerta a 53,2 sterline per azione dalle 46,26 proposte in origine, e ha alzato la componente in contanti – mettendo sul piatto 24,44 sterline in contanti e 0,896 nuove azioni per ogni azione Shire. Ora in linea con le regole britanniche Abbvie ha tempo fino a venerdì per formalizzare l’offerta.
La tenacia di Abbvie nel perseguire l’obiettivo Shire, pagando un premio del 45% rispetto al prezzo del titolo prima dell’offerta, ha due motivi: diversificare la gamma di prodotti e pagare meno tasse. La compagnia americana dipende infatti da un solo farmaco, la medicina contro l’artrite reumatoide Humira, per il 60% dei ricavi. Il brevetto su Humira, che è il farmaco più venduto al mondo in assoluto, scade negli Usa nel 2016 e quindi Abbvie ha fretta di diversificare anche per placare i timori degli investitori.
Shire ha una presenza consolidata in settori diversi, dalla neuroscienza all’oftalmologia alle malattie rare e prevede di aumentare le vendite annue a 10 miliardi di dollari entro il 2020 dai 4,9 miliardi dello scorso anno grazie alla pipeline di nuovi prodotti. Gli Usa sono di gran lunga il suo maggiore mercato.
Abbvie non ha fatto mistero del desiderio di pagare meno tasse trasferendosi in Gran Bretagna, dove le imposte societarie scenderanno al 20% a partire dal prossimo anno, contro il 35% in media degli Stati Uniti. Rick Gonzalez, ad del gruppo Usa, ha dichiarato che la creazione di una nuova holding quotata negli Stati Uniti ma con domicilio fiscale in Gran Bretagna farà scendere l’aliquota al 13 per cento. Secondo i calcoli degli analisti di Barclays in seguito al takeover Abbvie risparmierà 1,3 miliardi di dollari in tasse entro il 2020.
Abbvie ha strutturato l’offerta in modo che gli azionisti Shire post-fusione avranno una quota del 25% del gruppo Usa, al di sopra quindi del 20% che è la soglia minima per consentire la cosiddetta «inversione» o trasferimento di domicilio fiscale all’estero. Il numero crescente di imprese che puntano all’inversione tramite acquisizioni sta destando preoccupazione negli Usa, al punto che è stato proposto di alzare la soglia dal 20 al 50% per scoraggiare questo trend.

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