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Peugeot chiude l’impianto di Parigi

Per quanto attese e annunciate, quando poi arrivano davvero le brutte notizie sono sempre difficili da accettare. È quello che è successo ieri con la presentazione ufficiale del piano di ristrutturazione del gruppo Psa (Peugeot-Citroen).
Nella comunicazione del presidente Philippe Varin non c’è stato nulla di sorprendente, eppure le sue parole hanno avuto l’effetto di un cataclisma. Il presidente François Hollande, che si trova ad affrontare la sua prima, vera emergenza sociale, si è detto «estremamente preoccupato». Il premier Jean-Marc Ayrault ha parlato di «un vero shock per tutti i dipendenti del gruppo e più in generale per l’industria dell’auto». Il ministro del Rilancio produttivo Arnaud Montebourg, che il 25 luglio dovrà presentare un piano di sostegno al settore, ha bocciato il progetto («In questi termini non è accettabile»). Il segretario del principale sindacato del comparto (la Cgt), Bernard Thibault, ha parlato di «terremoto», annunciando battaglia.
Ma Varin non ha appunto annunciato nulla di diverso dalle previsioni della vigilia, certo inserendo il piano in un contesto alquanto preoccupante. A fronte di un mercato europeo stimato in calo dell’8% nel 2012, il tasso medio di utilizzo degli impianti di Psa è ormai del 76% (rispetto all’86% di fine 2011), un livello non sostenibile. Il gruppo consuma 200 milioni di cash al mese e chiuderà il primo semestre in rosso, con un deficit operativo nell’auto pari a 700 milioni. Per ridurre gli stock, nel primo semestre la produzione è calata del 18 per cento.
In queste condizioni la stessa «sopravvivenza della società è a rischio», ha solennemente dichiarato Varin. Quindi, ha aggiunto, «non possiamo aspettare ancora». Chiarendo in qualche modo che l’annuncio non è stato fatto prima «per non turbare la campagna elettorale, non sarebbe stato responsabile da parte nostra».
Il progetto di salvataggio, finalizzato a ritrovare un cash-flow in equilibrio a fine 2014, prevede l’interruzione della produzione nello stabilimento di Aulnay (dove viene realizzata la C3 e il cui tasso di utilizzo è appena del 60%) proprio nel 2014, con il trasferimento a Poissy. Dei 3mila addetti, 1.500 dovrebbero essere ricollocati appunto a Poissy e gli altri usciranno dal gruppo. Verrà ridimensionato l’impianto di Rennes, dove vengono prodotte le berline. I dipendenti dovranno passare dagli attuali 5.600 a 4.200. Ci saranno infine tagli per complessivi 3.600 posti nelle strutture centrali (oltre 1.400 nella ricerca e sviluppo, anche se Varin sostiene che il gruppo non perderà competenze grazie ai partenariati). In totale 6.500 posti in meno (che salgono a 8mila aggiungendo i 1.500 di Aulnay teoricamente ricollocati nel gruppo) sui 100mila che Psa ha in Francia (80mila nell’auto).
Ai quali vanno aggiunti quelli del piano varato nell’autunno scorso e già realizzato al 70%: 1.900 tagli in Francia, per metà in uscita dal gruppo.
Varin ha assicurato che «ogni dipendente verrà aiutato a ritrovare un lavoro» (le Ferrovie si sono già fatte avanti) e che Psa si impegnerà a «rivitalizzare» Aulnay per garantire al sito un futuro industriale. Ma il risultato è che quasi un dipendente su dieci del gruppo perderà l’attuale lavoro e che per la prima volta da vent’anni (cioè dalla scomparsa dello stabilimento Renault di Boulogne-Billancourt) chiude una fabbrica di automobili in Francia. Mentre rimangono dubbi sul futuro di Sevelnord, sulla cui sopravvivenza Varin ha detto di essere «fiducioso pur senza avere certezze».
Ulteriori timori sono alimentati dal drastico ridimensionamento del programma di investimenti. I dettagli saranno annunciati solo il 25 luglio, in occasione della presentazione dei risultati semestrali, ma la prospettiva è che vengano riportati al livello del 2010, con un taglio cioè nell’ordine dei 300 milioni annui.
E ci si interroga intanto sui contenuti del piano pubblico di aiuto al settore. Se si escludono sostegni alle vendite («Non ci saranno nuovi incentivi alla rottamazione», ha detto il Governo) la strada più sensata sembra proprio quella già individuata per ridare competitività all’intera industria francese: ridurre drasticamente i costi di produzione con un trasferimento massiccio di oneri sociali dalle imprese alla fiscalità generale sul welfare.

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