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Petrolio, vince l’Arabia Saudita Prezzi ancora giù a 71 dollari

La parola rimane al mercato. L’Opec, l’organizzazione che riunisce dodici Paesi esportatori di petrolio e conta per un terzo della produzione mondiale di greggio, ha deciso di mantenere invariata la quantità di barili giornaliera pari a 30 milioni. Non è passata la richiesta di un taglio per fronteggiare il crollo del prezzo del petrolio, che dai 115 dollari di giugno ha perso il 35%, dopo lo scivolone di ieri del Brent a 71,25 dollari per effetto della decisione del cartello. 
Nello scontro tra falchi e colombe ha vinto la linea dell’Arabia Saudita, tra i primi tre produttori mondiali con Russia e Stati Uniti. Fin dall’inizio delle trattative Riad si è detta contraria a una contrazione della produzione, vedendovi solo il rischio di una perdita di quote di mercato a favore dei produttori di petrolio da fonti «non convenzionali», Washington in testa. Il Venezuela, la Nigeria e l’Iran chiedevano invece una riduzione della produzione per spingere al rialzo i prezzi: dal petrolio dipendono i loro bilanci statali, ora in difficoltà, e dunque la loro stabilità economica e sociale. Così come quella della Russia, Paese non-Opec, che martedì ha spedito a Vienna il proprio ministro dell’Energia Alexander Novak con Igor Sechin, presidente del colosso Rosneft (di proprietà in maggioranza del governo russo), per trattare possibili contromisure coordinate in un incontro in cui hanno partecipato anche Messico (Paese non-Opec) e Venezuela. In quella occasione l’Arabia Saudita aveva lasciato il tavolo confermando il suo «no» a un’eventuale riduzione.
Gli effetti della decisione dell’Opec si sono visti subito sui mercati. Oltre al prezzo del petrolio, che ha raggiunto i livelli del 2010, il rublo ha perso il 27% da metà giugno, toccando ieri un nuovo record negativo a 48,7 sul dollaro e a 60,75 sull’euro, nonostante le rassicurazioni di Rosneft, che comunque ha deciso di ridurre dell’1% la propria produzione: «La situazione del mercato — ha dichiarato il gruppo — non ha bisogno di misure improvvise, non sta accadendo niente di straordinario». Intanto però le compagnie petrolifere ieri in Borsa hanno chiuso in ribasso: Eni -1,96%, Total -4,42%, Bp -2,94%, Repsol -1,60%.
La prossima riunione del cartello, che ha nominato come presidente per il 2015 una donna, la ministra del petrolio della Nigeria Diezani Alison-Madueke, sarà il prossimo anno a giugno. Intanto sarà il mercato a fare il prezzo. E per vedere gli effetti del calo sul costo dei carburanti ci vorrà ancora tempo, tenuto conto di accise e Iva: a giugno la verde costava 1,743 euro mentre due giorni fa era a 1,716 euro, il gasolio è passato da 1,632 a 1,639.

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