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Petrolio, via ai tagli ma la produzione sale a livelli record

A parole, sono tutti per un taglio della produzione. Unica possibilità per arrivare a un rialzo dei prezzi del petrolio. Ma nei fatti, continua ad avvenire il contrario: con i maggiori paesi produttori che stanno pompando greggio ai livelli più alti di sempre.
Sarà anche per questo che l’euforia dei mercati per le parole di Vladimir Putin di lunedì scorso è durata soltanto poche ore. Lunedì, al World Energy Forum di Istanbul, il capo del Cremlino aveva dato la disponibilità della Russia a prendere in considerazione un taglio alle quote di produzione. Una disponibilità ammessa per la prima volta dai vertici di Mosca, evento storico salutato da un rialzo del greggio del 3 per cento al mercato di New York.
Ma è bastato che il ministro russo per l’Energia Alexander Novak precisasse meglio le parole di Putin per raffreddare gli entusiasmi: «Stiamo prendendo in considerazione la possibilità di mantenere la produzione al livello attuale, non stiamo considerando la sua riduzione », ha sottolineato ieri, arrivando a sua volta al summit sulle rive del Bosforo e facendo subito scendere le quotazioni del greggio sui mercati internazionali.
Quello che a prima vista potrebbe sembrare soltanto un balletto di dichiarazioni necessita di una spiegazione. Mai come questa volta, in effetti, i paesi produttori sono vicini a un accordo che in qualche modo influenzi il prezzo del greggio. Due settimane fa ad Algeri, i paesi aderenti all’Opec si sono presi questo impegno che potrebbe essere ufficializzato al prossimo vertice di novembre. In realtà, anche in questo caso, si tratta di un impegno a congelare la produzione e non aumentarla. Putin, in sostanza, ha fatto capire che se si tratta solo di questo anche la Russia (che non è paese Opec) farà la sua parte. Anche perché complessivamente si tratta di un “taglio” che non dovrebbe arrivare al milione di barili al giorno, sui 30 complessivi dei paesi Opec, di cui 10 soltanto dell’Arabia Saudita.
Per questo motivo, molti analisti sono convinti che gli ultimi avvenimenti hanno portato a una rezione più che altro «psicologica» dei mercati , che comunque è servita a riportare il prezzo del barile sopra i 50 dollari. Ma a ben guardare gli effetti pratici sono ben altri.
La descrizione puntuale di quanto sta avvenendo l’ha data Goldman Sachs. In un report, gli analisti della banca d’affari americana hanno scritto: «L’accordo per la riduzione delle quote di produzione ora ha maggiori probabilità di successo, ma le probabilità che si trasformi in un successo sono ancora basse».
Del resto, basta guardare qualche numero, appena fornito dall’Aie, l’agenzia internazionale dell’energia. La fornitura globale di petrolio è aumentata di 0,6 milioni di barili al giorno a settembre. Libia, Iraq e Nigeria stanno producendo ai massimi, mentre l’Iran ha chiesto di essere esentato dal «congelamento » delle quote almeno fino a quando non tornerà ai livelli di produzione che aveva prima delle sanzioni. Il fatto che per la prima volta i sauditi, rivali storici di Teheran non abbiamo protestato è un altro piccolo passo avanti.

Luca Pagni

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