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Petrolio lontano dall’allarme rosso

di Alberto Ronchetti

Le tensioni geopolitiche contribuiscono certamente ad aumentare il prezzo del petrolio, ma finora non è scattato l'allarme rosso. «Il costo del greggio – spiega Giorgio Mascherone, responsabile per l'Italia di Deutsche Bank – è sempre stato il responsabile di tutte le crisi economiche dal dopoguerra a oggi, quindi a questa commodity dobbiamo guardare come "campanello d'allarme" per eventuali segnali di inversione di tendenza. Comunque la soglia di attenzione è ancora piuttosto lontana: intorno ai 150 dollari al barile», che equivale ai massimi raggiunti nell'estate 2008.

Nelle ultime settimane – contrassegnate dalle insurrezioni nel Nordafrica e dalle prime avvisaglie di allargamento delle tensioni verso il Medio Oriente (innanzitutto in Siria, che confina con Israele) – il greggio è stato molto volatile, spingendosi dai 93-95 dollari al barile di inizio gennaio fino a quasi 120 a fine febbraio per poi ripiegare verso 114-115 dollari in questi ultimi giorni.

Ora, è vero che il petrolio è una materia prima molto speculata (il peso della speculazione sul barile oggi è stimato in almeno 10 dollari, ma c'è anche chi parla di 20-25) e che le stime degli analisti prevedono, da qui a 6-12 mesi, una quotazione del barile attorno a 105-106 dollari. Ma è anche evidente che, se le tensioni dovessero allargarsi o prolungarsi, allora lo scenario "ottimista" potrebbe essere rimesso in discussione.

Il rischio di una nuova crisi petrolifera, anche se non sembra imminente, pesa sulle scelte dei gestori. «Il rialzo del barile e delle materie prime comincia a preoccupare gli investitori – sottolinea Corrado Caironi, strategist di Ricercaefinanza.it – che vedono le maggiori Banche centrali andare in maniera opposta ai segnali inflattivi», con la Bce che stringe e la Fed che continua a privilegiare una politica monetaria lasca.

«Le diverse visioni – aggiunge Caironi – preoccupano gli strategist che, pur mantenendo una preferenza sull'equity, rimangono attenti ai temi inflazione, materie prime ed energia. Gli analisti stimano che gli attuali prezzi del greggio incorporino 20-25 dollari al barile per i "disordini" in Nordafrica e Medio Oriente. Indubbiamente uno shock del prezzo del greggio, riproiettato ai massimi del 2008 (150 dollari), aprirebbe un nuovo capitolo del ciclo economico che potrebbe anticipare la fine della fase espansiva».

Comunque, «anche se i dati economici continuano a sorprendere al rialzo – scrivono gli analisti di Axa Investment Managers nell'ultima "Lettera mensile" –, riteniamo che il rapporto rischi/benefici delle Borse si sia deteriorato». A causa soprattutto di due elementi. «Primo – aggiungono ad Axa –, le anticipazioni abbastanza esplicite del presidente della Bce, Trichet, di un possibile rialzo dei tassi, creano una grande incertezza a riguardo della futura politica monetaria». Poi, questo è il secondo punto, «lo shock petrolifero causato dalla Libia non fa che aggiungere un rischio geopolitico».

Anche «se gli altri Paesi produttori di petrolio al momento riescono a coprire il fabbisogno mancante (l'Agenzia internazionale dell'energia stima le attuali perdite libiche a solo un milione di barili al giorno) o se il conflitto libico si dovesse risolvere rapidamente, gli investitori continueranno a tenere comunque conto della "nuova" incertezza geopolitica e quindi a chiedere premi più elevati legati al rischio».

I recenti avvenimenti politici in Nordafrica e nel Medio Oriente hanno spinto al rialzo il prezzo del greggio, anche per i timori che questi possano portare a un'interruzione delle forniture su scala globale. «Dato che gran parte delle forniture viene da quest'area del mondo – osserva Stephen Thornber, fund manager dell'azionario globale di Threadneedle –, gli investimenti nel settore sono spesso condizionati dalle incertezze politiche. Inoltre è purtroppo praticamente impossibile anticipare questi eventi e prevedere come possano impattare sui prezzi dell'energia».

Il petrolio è una fonte energetica che si sta esaurendo nei giacimenti più accessibili e per trovare nuove fonti di approvvigionamento bisogna affrontare le difficoltà e i costi dell'esplorazione nei mari più profondi o nelle regioni artiche (Siberia, in particolare).

A Threadneedle mantengono un atteggiamento complessivamente positivo verso i titoli petroliferi (ma preferiscono decisamente le aziende che fanno esplorazione e produzione rispetto alle major, come Bp o Shell) e ritengono, d'accordo con la gran parte degli economisti, che il fair value del barile di petrolio dovrebbe attestarsi attorno ai 90-95 dollari. Quindi – aggiungono – se le tensioni geopolitiche dovessero smorzarsi rapidamente, allora il prezzo del greggio potrebbe scendere sotto i 100 dollari».

D'altra parte, se le insurrezioni mediorientali dovessero allargarsi, il rischio politico potrebbe spingere il greggio verso nuovi massimi. In particolare, se il contagio rivoluzionario dovesse arrivare all'Arabia Saudita – pilastro degli interessi occidentali in una zona geopolitica estremamente delicata per il mondo – potremmo vedere il greggio anche a 200 dollari nei prossimi semestri.

Comunque, per il momento, «continuiamo a ritenere ancora valido il nostro scenario, affermano ad Axa, che prevede un anno favorevole per l'azionario. La nostra previsione di crescita del rendimento del 10% ha solide basi e le valorizzazioni americane a 13,5 di price earning sono ancora giustificate».

Nel 2011, continua la ricerca della casa francese, «i rendimenti azionari saranno essenzialmente condizionati da una parte da elementi geopolitici, paura dell'inflazione e discussioni sul debito europeo, e dall'altra dalla ripresa economica».

Tutto ciò, in termini di investimento, porta a suggerire «un ulteriore abbassamento del beta di portafoglio – concludono ad Axa – sottopesando le azioni dei Paesi emergenti in rapporto all'intensificarsi della paura legata all'inflazione. Inoltre, seguendo questo ragionamento, freniamo il nostro orientamento prociclico sottopesando gli industriali. Infine siamo underweight anche sui finanziari».

 

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