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Petrolio, l’Iran blocca l’intesa Opec. Ma l’Arabia: niente nuovi choc

Era accaduto anche lo scorso dicembre: niente accordo su un tetto alla produzione di petrolio allora e nessuna intesa al vertice viennese dell’Opec di ieri. Ma tutto sommato poco conta, perché dalla seconda metà del 2014 il cartello dei produttori è andato ampiamente sopra il limite dei 30 milioni di barili al giorno (ora è a 32,6 milioni), e il rispetto delle quote di produzione non è mai stato lo sport preferito dei tredici Paesi che lo compongono. A pesare, invece, la percezione di una divisione interna ormai quasi impossibile da sanare.

Impossibile mettersi d’accordo, ieri come lo scorso dicembre, soprattutto per il rifiuto dell’Iran. Teheran ha ancora una volta ribadito la sua posizione: se ne potrà parlare solo quando ritorneremo al livello di produzione che avevamo prima delle sanzioni del 2012, dice. L’Iran è storicamente stato il secondo produttore Opec e negli ultimi anni ha dovuto cedere la posizione all’arcirivale Iraq (arcirivale al pari dell’Arabia Saudita). Ora produce tra i 3,5 e i 3,8 milioni di barili al giorno ma per ritornare alla posizione che a suo parere gli compete dovrebbe pomparne ogni giorno un altro milione di barili.

Non si può però affermare che il vertice dell’Opec di ieri sia stato un fallimento. Anzi, malgrado il mancato accordo – che voleva essere il biglietto da visita del nuovo corso saudita gestito dal vice principe ereditario Mohammed bin Salman (sui mercati MbS) – il cartello e l’intero mercato petrolifero potrebbero trarre vantaggio dall’impegno dei sauditi (10,2 milioni di barili al giorno) di non incrementare ulteriormente la loro produzione. «Avremo un approccio soft e staremo attenti a non creare nuovi choc», ha detto il nuovo ministro del petrolio Khalid al-Falih, all’esordio ufficiale dopo la defenestrazione dell’ottantenne Ali al-Naimi. Forse anche i sauditi potrebbero ormai essere vicini a un limite tecnico, ma l’affermazione di al-Falih pare essenzialmente «politica». È stata infatti Riad, nell’estate del 2014, a decidere di aprire i rubinetti per mettere fuori mercato i produttori non-Opec e lo «shale oil» americano facendo precipitare i prezzi. Ora la strategia sembra aver funzionato, almeno in parte, visto che dopo aver toccato i minimi a 27 dollari lo scorso gennaio il barile è risalito vicino a 50 dollari (ieri 49). Riad pare aver deciso un cambio di strategia, o quanto meno di toni. Nel vertice di ieri non si sarebbe assistito ai «soliti» attacchi reciproci, e un segnale di distensione sarebbe anche l’intesa per nominare il nuovo segretario generale, il nigeriano Mohammed Barkindo, congelata da anni.

Certo, il «ribilanciamento» attuale del mercato pare essere più il frutto delle interruzioni in Canada, Nigeria e Ghana, piuttosto che di una tendenza reale. Non ci sono certezze che i prezzi possano restare dove sono e non scendere ancora.

Stefano Agnoli

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