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Petrolio e sanzioni spingono la Russia in piena recessione

Lo sapevano tutti, cittadini compresi, ma l’annuncio ufficiale di ieri mattina ha seppellito ogni residua speranza: la Russia è ufficialmente in recessione, per la prima volta dopo il 2009 e con prospettive assai più nere per il futuro. Dare il crisma dell’ufficialità alle preoccupazioni di Putin, e all’angoscia del russo medio, è toccato ieri al vice ministro dell’Economia Aleksej Vedev, che ha comunicato le nuove previsioni di crescita del Pil per il 2015. Cancellate le pur striminzite stime precedenti che segnalavano un possibile +1,2%, adesso si spera di fermarsi a un — 0,8. Peggio dunque del 2014 che dovrebbe chiudersi a +0,5.
L’ammissione del governo giunge in un momento molto difficile, in cui il crollo del rublo sembra incontenibile e i prezzi al consumo crescono di giorno in giorno. Le cause del disastro sono ovviamente imputabili soprattutto alle sanzioni occidentali seguite all’annessione della Crimea che hanno ridotto al minimo la possibilità di reperire crediti all’estero. Ma una parte decisiva ce l’ha anche il calo del prezzo del petrolio, letale per un’economia fondata quasi totalmente sulle immense risorse energetiche del Paese. Per anni Putin aveva sollecitato i suoi esperti e oligarchi di riferimento a cambiare un sistema pericolosamente monotematico che trova Mosca del tutto spiazzata davanti alla crisi che incombe. Con industrie manifatturiere marginali e di mediocre qualità, un’agricoltura trascurata e perfino regredita rispetto all’era sovietica, il colosso russo si ritrova a dipendere per oltre il 51% dalle importazioni che costano sempre di più. Se solo fino a questa estate bastavano 40 rubli per acquistare un euro, ieri si è arrivati addirittura a 67, nuovo record negativo. E anche le previsioni per i prossimi mesi non dicono nulla di buono. Il governo prevede che per non peggiorare la situazione il prezzo di un barile di greggio dovrebbe assestarsi nel 2015 a circa 80 dollari. Speranza che adesso (ieri si oscillava sotto i 66 dollari) sembra piuttosto lontana. E la spirale della crisi sembra appena cominciata. Ieri mattina Putin ha dovuto firmare un decreto che sospende gli aumenti di stipendio per tutti i funzionari pubblici. Una notizia che in Russia fa più scalpore che altrove, visto che il ritocco verso l’alto delle buste paga dei dirigenti statali era ormai un provvedimento di routine che si era verificato a cadenza annuale. Ma sono tutti i russi a doversi preparare a tempi più bui. Le associazioni delle agenzie di viaggi, tanto per fare un esempio, hanno fatto sapere che il numero di turisti russi all’estero l’anno prossimo sarà meno della metà. Un altro settore che sembra in totale perdita di controllo. Putin tace o quasi. Lancia segnali di ottimismo e qualche richiamo patriottico: «Non ci metteranno in ginocchio. Siamo abbastanza forti per reggere queste difficoltà». Ma le perplessità e i dubbi crescono.
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