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Petrolio e hi-tech, la nuova corsa Usa. E quel timore della «bolla» di ritorno

NEW YORK – Una nuvola multicolore che esplode come nella «pop art» di Roy Lichtenstein: è la rappresentazione dell’economia americana data dal settimanale «Time» nel suo ultimo numero. La bolla finanziaria che scoppia perché la Federal Reserve ha immesso troppa liquidità nel sistema e la Borsa è salita troppo? Macché, sostiene Roger Altman nell’articolo che accompagna l’immagine: gli Usa sono alla vigilia di un nuovo «boom» alimentato dal petrolio e dal gas a buon mercato trovato nel sottosuolo ed estratto con la tecnologia del «fracking», sostenuto dalla ripresa del mercato immobiliare e dal ritorno del credito bancario alle imprese. Con le industrie di nuovo competitive e capaci, in molti casi, di riprendersi il lavoro dato in «outsourcing» ai Paesi emergenti, dalla Cina al Messico.
Il trionfalismo dell’ex ministro di Bill Clinton — oggi presidente di Evercore Partner dopo essere stato in predicato di entrare nel governo Obama — si fonda su molti dati reali, ma stride con la realtà di fondo di un mercato del lavoro che rimane debolissimo, mentre le prospettive di redditività delle imprese restano buone, ma non come nel recente passato. Ma, soprattutto, c’è la preoccupazione per gli effetti che anni di politiche di sostegno di un’ampiezza senza precedenti da parte della Fed possono avere sul Dna di banche e imprese.
Coi mercati finanziari ai massimi e la Borsa che continua a salire molto più rapidamente del Pil, sono in molti a temere qualche brutta sorpresa estiva. Spesso agosto è stato, del resto, mese di scossoni. Può scoppiare un’altra bolla sotto gli occhi della Banca centrale Usa? «Io non so con certezza se la politica della Fed sta alimentando una bolla, ma sono allarmata per la possibilità che ciò avvenga» ha detto Esther George, il presidente della Federal Reserve di Kansas City, uno dei critici più determinati della politica espansiva di Bernanke, all’interno dell’istituzione monetaria Usa. «Ci sono bolle? Nessuno può dirlo con certezza — ha aggiunto — anche perché non abbiamo una definizione precisa di bolla. Ma vedo cose che vanno in quella direzione, che alimentano un trend pericoloso».
Quella della George, che contesta la politica dell’Istituto da posizioni conservatrici, è una voce minoritaria, ma negli ultimi mesi i timori che si stiano creando le condizioni potenziali per un nuovo periodo di instabilità hanno cominciato a diffondersi tra alcuni operatori di mercato e anche nella coalizione di maggioranza della stessa Fed, costretta a prendere atto che, nonostante interventi massicci, prolungati, senza precedenti (denaro a costo zero dal 2008, 85 miliardi di dollari di titoli del Tesoro e obbligazioni immobiliari acquistati in ogni mese dalla Banca centrale) la ripresa economica rimane molto debole.
Continuare, comunque, così? Il timore è che una medicina che all’inizio funzionava come un antibiotico, stia diventando un semplice antidolorifico che non incide sulla malattia e ha pesanti effetti collaterali. Fin qui, dicono gli altri «governatori» della Fed che anche la scorsa settimana ha confermato i massicci acquisti di titoli sul mercato, i benefici di questa politica sono stati superiori ai danni. Ma c’è crescente preoccupazione, si guarda con più attenzione alle cifre. Ma la sensazione è che il dibattito che si è riacceso nei giorni scorsi, più che il timore di una minaccia immediata sui mercati, rifletta lo scontro sulla successione di Bernanke che lascerà la guida della Federal Reserve a fine gennaio. Chi vuole frenare gli interventi sostiene Larry Summers, un interprete della filosofia Greenspan-Rubin, convinto che la Fed si sia esposta troppo nella pur necessaria politica di sostegni all’economia. Mentre la vice di Bernanke, Janet Yellen (per nulla amata a Wall Street), continuerebbe ad avere la riduzione della disoccupazione come faro della politica monetaria.
Certo è questa la differenza filosofica della Fed rispetto alla Bce e dopo la crisi del 2008 questo approccio ha funzionato. E per Obama il sostegno monetario all’economia è stato fondamentale per compensare l’assenza di stimoli fiscali che il Congresso non è più disposto a votare (e che, anzi, coi tagli automatici di bilancio ha tolto benzina all’economia). Ora, però, la sensazione è che questa politica abbia dato tutto quello che poteva. La bolla americana oggi è soprattutto una bolla sociale: i posti di lavoro continuano a crescere ma a ritmo troppo lento. Visto dall’Europa, che è ancora in recessione, il fenomeno è poco percettibile. Ma anche qui c’è un timore di deterioramento del tessuto sociale e del consenso democratico per l’alta disoccupazione giovanile e per il fatto che i nuovi posti di lavoro delle statistiche governative sono per metà di ristoranti e altri servizi con paga molto bassa, mentre cresce la quota degli impieghi «part time». Insomma le disparità tra i ceti sociali e tra i redditi continuano a crescere così come le incertezze di un mercato del lavoro che diventa strutturalmente sempre più precario. E qui gli stimoli monetari della Fed non solo non possono aiutare ma, favorendo col denaro a costo zero banche e finanza, finiscono per accentuare gli squilibri nella distribuzione del reddito.

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