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Petrolio e banche, tonfo delle Borse

MILANO Da un lato le tensioni macroeconomiche provocate da un petrolio che continua a perdere valore — ieri il Brent è sceso sotto i 30 dollari al barile — a causa della sovrapproduzione e della mancanza di un accordo-calmiere tra Opec e Russia; dall’altro il fronte tutto interno delle sofferenze bancarie italiane e lo scenario in movimento del risiko bancario; il combinato dei due fattori è stata ieri un’ennesima giornata di perdite a Piazza Affari, con l’indice FtseMib che ha perso il 3,05%, portando a -16% la perdita da inizio anno. Di fatto è stato annullato tutto il 2015, che aveva chiuso con un + 13% che faceva di Milano la migliore tra le principali borse mondiali. In forte ribasso anche le piazze europee nonché Wall Street. Londra ha perso il 2,28%, Parigi il 2,47%, Francoforte l’1,8%.
A Milano ancora una volta sono state proprio le banche le più colpite dalle vendite nonostante le rassicurazioni del weekend del governatore delle Banca d’Italia, Ignazio Visco, che il sistema è solido e non necessita di aumenti di capitale, e prima ancora del presidente della Bce, Mario Draghi, che le sofferenze — 201 miliardi, già coperte comunque per il 59% — necessitano di diversi anni per essere gestiti. Per queste vendite le teorie del complotto si sono sprecate: alcuni operatori hanno anche messo in relazione il crollo dei titoli bancari con l’attacco ai Btp del 2011 che fece schizzare alle stelle lo spread mettendo a rischio la solvibilità dello Stato italiano. Una tesi che il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha voluto ieri smentire: secondo le agenzie di stampa, il ministro avrebbe riferito al Comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti (Copasir) che non ci sono evidenze di attacchi speculativi all’Italia: il calo della Borsa sarebbe legato a fattori non strutturali ma di fiducia. Padoan ha assicurato l’impegno del ministero a monitorare i mercati finanziari e ha spiegato che se si considerano solo le sofferenze nette la situazione delle banche italiane è migliore che in altri Paesi europei.
Ieri in Borsa le vendite si sono concentrate su Mps ( -8,24%) e Carige (-9,15%), ma hanno perso in maniera decisa anche Ubi (-5,21%), Bpm (-5,53%), Banco Popolare (-1,66%), anche per le incertezze sul fronte del risiko bancario. In particolare sembra perdere un po’ di abbrivio l’aggregazione tra la popolare milanese e quella di Verona, finora quella in trattative più avanzate. Ieri il ceo di Bpm Giuseppe Castagna ha informato il consiglio di gestione che «tutte le ipotesi sono sul tavolo», compreso il ritorno al tavolo con Ubi o l’opzione stand-alone. Peserebbero nella trattativa con il Banco Popolare sia aspetti di governance (come il numero dei consiglieri e l’assegnazione dei ruoli tra gli attuali vertici) ma anche aspetti di natura patrimoniale dell’aggregato: tutti elementi che i banchieri vogliono mettere a posto prima di sottoporre la fusione alla Bce. In particolare, una volta smarcate le altre questioni sul tavolo, si dovrà verificare con Francoforte che dopo la fusione non arrivino nuove richieste sulle sofferenze che obblighino a un aumento di capitale.
I temi bancari dovrebbero essere al centro del consiglio dei ministri di venerdì, con le norme per accelerare la riscossione dei crediti, la regole sulla garanzia pubblica sui deteriorati e la riforma delle Bcc. Su quest’ultimo fronte lo schema prevederebbe la creazione entro 18 mesi di una holding capogruppo e anche un aumento, seppure in 5 anni, del minimo di soci di una Bcc, da 200 a 500. Circa la garanzia pubblica, ieri Standard & Poor’s in un’analisi ha detto che potrebbe essere «insufficiente, almeno nel breve termine». Seppur «positivo», il meccanismo non avrà in sostanza un effetto «toccasana» perché non incide sui prezzi di mercato delle sofferenze e perché riguarda solo le tranche senior dei bond.
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