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Petrolio e banche affossano le Borse: Milano -3%

Il petrolio torna a fare le bizze e, con esso, le Borse. Negli ultimi mesi la correlazione – per quanto tecnicamente miope – tra andamento del prezzo del greggio e mercati azionari è fortissima. E così è stato anche ieri. Il Wti texano quotato a New York è tornato sotto i 30 dollari al barile (in forte calo anche la qualità Brent del Mare del Nord). Gli investitori – che la settimana scorsa si era illusi di un accordo tra i Paesi produttori dell’Opec e la Russia sulla riduzione dell’offerta – stanno facendo marcia indietro. Oggi è peraltro atteso il dato sulle scorte strategiche negli Stati Uniti, previste su livelli record. Il che dovrebbe mettere altro pepe al già turbolento prezzo dell’oro nero.
Le bizze del petrolio si stanno riflettendo sulle società del settore: Bp ha presentato conti in forte rosso archiviano il 2015 con una perdita netta di 6,5 miliardi di dollari, segnando il passivo più pesante da almeno 30 anni. Anche Exxon ha fatto dietrofront nell’ultimo trimestre dell’anno riportando un utile netto di 2,78 miliardi, in forte flessione (-58%) rispetto ai 6,57 miliardi dello stesso periodo del 2014: si tratta del peggior risultato trimestrale dal 2002. A ruota l’italiana Eni ha ceduto il 5% penalizzando il già debole listino di Milano – per vie delle ripetute tensioni sui titoli bancari chiamati a scontare ancora le incertezze relative alla creazione delle bad bank e alla percentuale con cui svalutare i crediti deteriorati – che ha terminato con un rosso del 3,05%, scendendo sotto la soglia dei 18mila punti che, per gli amanti dell’analisi tecnica, è un livello di tenuta molto significativo.Con un -5,1% il comparto petrolifero europeo è stato il peggiore, seguito però da banche (-4,3%) e assicurazioni (-3,3%).
L’azionario ha sofferto su scala globale. L’indice europeo Eurostoxx 50 ha ceduto il 2,39%, Francoforte ha ceduto l’1,81%, Parigi il 2,47%. Ribassi superiori al punto percentuale anche a Wall Street.
A Milano pesante flessione anche per Ferrari che ha perso quasi il 10% dopo la pubblicazione dei conti. A New York ha marciato in controtendenza Alphabet, la holding che controlla Google, Android e Youtube, dopo conti trimestrali migliori delle attese. Da poche ore il motore di ricerca più utilizzato nel web ha superato Apple ed è diventato la società con il più grande valore di mercato al mondo. Alphabet ha infatti superato Cupertino arrivando a quota 533,20 miliardi di dollari contro i 532,72 miliardi di Apple. La classifica in questo momento vede Microsoft al terzo posto mentre Facebook è salita al quarto superando Exxon.
Le singole storie aziendali si mescolano alla realtà di fondo che vede gli algoritmi degli operatori finanziari in fase ribassista. In un contesto generale in cui sembra ormai sempre più lontano un nuovo rialzo dei tassi negli Stati Uniti. Nelle ultime ore il vicepresidente della Federal Reserve, Stanley Fischer, è sceso in campo con dichiarazioni importanti esprimendo preoccupazione sulla tenuta della crescita degli Usa. Timori che porteranno la Fed a rinviare il prossimo rialzo dei tassi (dopo quello effettuato lo scorso dicembre), inizialmente atteso per marzo. Ormai a questo rialzo non ci crede quasi più nessuno così come in pochi scommetterebbero sul fatto che la Fed chiuda il 2016 con quattro strette monetarie. C’è chi addirittura – e con toni quasi provocatori – parla di un quarto piano di quantitative easing. Resta il fatto che l’euro sta tornando a rafforzarsi sul dollaro e si è riportato sopra 1,09 nei confronti del biglietto verde. In linea con questo fenomeno gli investitori stanno tornando ad acquistare titoli statunitensi con la scadenza a 10 anni che ieri è scesa all’1,88%, sui minimi da aprile 2015, andando quindi a scontare un peggioramento delle stime inflattive. I rendimenti decennali sono comunque al di sopra dell’1,67% toccato a febbraio 2015, il minimo del ciclo attualmente in corso.
Le basse prospettive di inflazione confermano che i Paesi occidentali – e ora anche la Cina – fanno fatica a trovare la cura per la crisi attuale, perché è una crisi di domanda. Continuarla ad affrontare solo dal lato dell’offerta (aumentando la moneta con svariate manovre espansive delle banche centrali) si sta rivelando nettamente insufficiente.
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