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Petrolio ai minimi da 4 anni, Borse in calo

L’effetto Giappone vale ancora per la Borsa di Tokyo (+2,73%) ma non per i mercati europei che dimenticano le misure espansionistiche annunciate venerdì scorso dalla Banca del Giappone e tornano a concentrarsi sull’economia reale, con un occhio ai corsi del petrolio (ieri in pesante calo), in attesa di lumi dalla Bce che domani terrà il suo consueto direttivo mensile. Piazza Affari è stata tra le Borse più vendute (peggio ha fatto solo il listino portoghese con un -2,83%). L’indice Ftse Mib ha bruciato il 2,24% nel giorno in cui la Commissione europea ha rivisto al ribasso le stime sul Pil italiano per il 2014 (dal +0,6% di aprile a -0,4%). Giornata pesante anche a Madrid (-2,12%) e Parigi (-1,54%) mentre a Londra (-0,52%) e Francoforte (-0,85%) i ribassi sono stati tutto sommato contenuti.
La nuova ondata di vendite è stata innescata, oltre che dai citati segnali negativi dall’economia reale, anche dalle tensioni sul prezzo del greggio. In seguito alla diffusione del nuovo listino prezzi dell’Arabia Saudita (vedi articolo in pagina) il petrolio ha registrato il suo quarto calo consecutivo con il Wti sotto i 76 dollari al barile (ai livelli più bassi da tre anni) e il Brent che ha toccato il minimo da 4 anni a 82,08 dollari. Pesante il contraccolpo in Borsa del comparto petrolifero in Europa. A fine seduta l’indice Stoxx di settore mostrava un ribasso del 3,77 per cento. A Milano il colosso Eni, che da solo vale il 15% della capitalizzazione del paniere Ftse Mib, ha perso il 3,53 per cento. Un ribasso che, insieme alla nuova battuta d’arresto dei titoli del credito, ha contribuito alla “giornata no” della Borsa di Milano. Ieri l’indice Ftse Italia Banche ha perso il 3,02% riducendo a magra consolazione la ripresa dei corsi azionari di Carige ed Mps, le due banche italiane bocciate agli stress test, che dopo i pesanti ribassi dei giorni scorsi hanno recuperato rispettivamente il 6,67 e il 5,35 per cento.
Non ha certo contribuito sulla tenuta di Borsa delle azioni bancarie l’indiscrezione, pubblicata in giornata dall’agenzia Reuters, riguardo forti dissapori all’interno del direttivo dell’Eurotower sulle scelte del presidente Mario Draghi (vedi articolo sotto). Voci che, alla vigilia del direttivo Bce di novembre, hanno sollevato preoccupazioni sui mercati sulla capacità dell’Eurotower di far fronte al rischio deflazione con adeguate contromisure (leggi Quantitative easing). La notizia ha avuto un impatto negativo soprattutto sulle quotazioni dei titoli di Stato italiani e spagnoli che più di tutti risulterebbero avvantaggiati da un piano di acquisti di titoli di Stato. Se si osserva il grafico giornaliero dello spread Bund-BTp (il termometro del rischio Paese) si può notare come il differenziale, dopo una mattinata relativamente tranquilla (in area 153-155 punti), abbia registrato un’impennata fino a un massimo di 165 punti nel finale di seduta (quando la Reuters ha battuto la notizia) per poi chiudere gli scambi a quota 161. L’indiscrezione ha mosso anche il cambio euro-dollaro con la moneta unica che è risalita sopra quota 1,25 interrompendo un trend ribassista delle ultime sedute. L’euro debole è un fatto «positivo» ha dichiarato ieri il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi a conferma di come le sorti delle imprese italiane siano legate a doppio filo con la capacità della Bce di contrastare la frenata dei prezzi. Anche attraverso una svalutazione della moneta unica.
Debole infine Wall Street tornata ad essere elastica all’economia reale dopo che il 29 ottobre la Fed ha azzerato gli stimoli monetari. A sorpresa, le esportazioni Usa a settembre hanno subito il maggiore calo mensile da febbraio (-1,5%). Altri segnali contrastanti dagli ordini industriali calati dello 0,6% mensile a settembre.
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