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Petrolio a 47 dollari Da Shell a Bp ecco i tagli dei big

Petrolio, inizia la stagione dei tagli delle compagnie. Ieri, tutto sommato, l’ennesima giornata calda dei mercati si è chiusa con perdite del barile contenute: il riferimento internazionale, il Brent, è sceso a 47,3 dollari dopo aver ritoccato quota 49, mentre quello della regione nordamericana, il Wti, si è attestato a 47,4 dollari. Quasi una tregua se si considera che ormai diverse banche d’affari (Goldman Sachs, Bank of America Merrill Lynch) lo vedono arrivare sotto 40 dollari (addirittura a 31 dollari la seconda) nel primo trimestre 2015. 
Ma per quanto riguarda le compagnie petrolifere si tratta ormai di un problema di prezzi di equilibrio e di prevedibile durata del crollo delle quotazioni. Goldman Sachs, ad esempio, è convinta che il barile possa tornare a 70 dollari per fine anno, un lasso di tempo sufficiente per mandare a gambe all’aria parecchie compagnie e parecchi progetti.
I campanelli d’allarme sono già suonati: gli ultimi sono stati quelli di due major, ConocoPhillips e Bp, che hanno annunciato il taglio di 500 posti di lavoro nell’area del mare del Nord. Cifre limitate, ma significative.
Sempre ieri il direttorato norvegese per l’industria petrolifera ha annunciato che in 5 anni gli investimenti saranno ridotti nell’ordine di 22-23 miliardi di dollari. L’altro giorno era stato il turno di Shell e della britannica Premier Oil di rendere nota l’intenzione di ritirarsi rispettivamente da un progetto petrolchimico da 6,5 miliardi di dollari in Qatar e da uno da 2 miliardi nell’offshore delle isole Falkland. Insomma, il 2015 non è iniziato sotto i migliori auspici, ma neppure il 2014 si era chiuso meglio, con tagli per almeno 9 miliardi dollari. E secondo Wood McKenzie con un prezzo di 60 dollari (quindi sopra quello attuale), quest’anno le maggiori compagnie oil dovrebbero tagliare i piani di investimento di quasi il 40% solo per mantenere inalterato il livello di indebitamento. Ma si tratta, appunto, di prezzi di equilibrio e di scommessa sulla durata dell’arretramento, ormai superiore al 60% rispetto a giugno 2014.
A questi livelli del barile diverse produzioni (tra quelle già avviate) sono ormai antieconomiche: i ricavi non ripagano i costi di estrazione, anche se spesso si decide di produrre ugualmente. Sulle stime, per la verità, non c’è univocità di giudizio. Ma non si va molto lontano dal vero se si dice che in media il petrolio dell’Artico ha un prezzo di «breakeven» intorno ai 75 dollari, le sabbie bituminose come quelle del Canada e del Venezuela di 70, le produzioni «non convenzionali» da shale (roccia impermeabile fratturata con acqua a pressione e solventi) degli Stati Uniti intorno a 65 dollari. Il petrolio russo onshore sarebbe intorno a 50 dollari, e via via si scende fino ai 20 dollari del Medio Oriente (ma si arriva anche a meno di 5 dollari al barile in Arabia Saudita). Cifre che evidenziano quanto la situazione dell’industria sia delicata, anche se i margini di oscillazione delle stime sono elevati e possono variare (soprattutto per il petrolio non convenzionale americano) addirittura da pozzo a pozzo.
L’economicità o meno delle aree di produzione, oltre tutto, non è l’unico criterio che le compagnie devono tenere sotto gli occhi. Se si tiene conto, oltre che delle spese di investimento, anche di quelle generali, dei dividendi promessi agli azionisti e dei programmi di riacquisto dei propri titoli, più del 90% delle majors occidentali sarebbe ormai sotto il pelo dell’acqua. Di qui la necessità di avviare programmi di contenimento dei costi, vitali per sopravvivere in periodi bui.
L’Eni, secondo quanto sostenuto dal suo amministratore delegato, Claudio Descalzi, ha un «breakeven price» dei progetti fin qui avviati di 45 dollari al barile. Ormai è al limite, ma se dovesse tenere conto di tutti i suoi impegni finanziari il prezzo di equilibrio salirebbe oltre i 90 dollari al barile. Per le major, nessuna esclusa, il periodo delle scelte pare solo all’inizio.
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