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Pesanti vendite sulle Borse europee

di Walter Riolfi

Il dollaro, che già nelle due precedenti settimane aveva dato segni di ripresa, è volato ieri recuperando sull'euro (1,425) e sul paniere delle maggiori valute (a 75,6). Basta confrontare l'andamento della valuta americana con l'indice S&P (e in parte anche con i prezzi delle materie prime) per rendersi conto che la generale caduta dei mercati finanziari è dipesa in larga parte proprio dal rafforzamento del dollaro. La spiegazione più ovvia è che gli investitori si siano precipitati a chiudere le posizioni di carry trade che avevano aperto nelle ultime 4-5 sedute. Ricomprandosi i dollari presi a prestito, hanno anche venduto le attività su cui avevano puntato: le azioni di Wall Street (-0,28% l'S&P, dopo essere sceso fino a quasi al 2%; +0,66% il Nasdaq), quelle europee (-2,3% l' EuroStoxx, -2,73% Milano, -2,16% Parigi, -1,77% Francoforte, -1,71% Londra), l'oro (1,9%) e, probabilmente, anche il petrolio (si veda l'articolo a pagina 3).

La cosa importante è capire perché il dollaro si sia improvvisamente risvegliato. Motivi ce n'è più d'uno. Il primo è che Ben Bernanke è parso voler escludere la possibilità di un nuovo quantitative easing (QE), una volta concluso, a fine mese, il programma di acquisto di Treasury per 600 miliardi di $. Il presidente della Fed ha mostrato toni più preoccupati sull'economia e ha ridotto le stime di crescita del Pil Usa; ma ha anche rivisto al rialzo le previsioni d'inflazione. Sicché un nuovo programma di acquisto di titoli di Stato sarebbe escluso, quanto meno nelle forme e le condizioni dei precedenti QE.

Gli altri motivi vanno individuati nell'area euro, come si poteva intuire dalle opzioni sulla valuta che da 7 sedute segnalavano una spiccata volatilità. Oltre alla cronica crisi greca, che da sola non è sufficiente a mettere in crisi l'euro e far deragliare le borse, bisogna aggiungere la flessione dell'attività manifatturiera in tutti i Paesi dell'unione europea ad eccezione di Germania e Francia (come la misura l'indice Pmi) e la dichiarazione Jean-Claude Trichet, secondo il quale i livelli di rischio stanno diventando allarmanti per le banche europee (si veda l'articolo in pagina).

Le conseguenze si sono viste nell'allargamento degli spread a nuovi massimi tra i titoli dei Paesi a rischio e il Bund tedesco. Ma, questa volta sono entrati nel mirino della speculazione anche i titoli italiani e spagnoli. Il differenziale di rendimento tra BTp e Bund s'è ampliato di 15 centesimi a 207 punti base.

Un così forte divario si spiega in parte per l'acuirsi dei rischi percepiti sui Paesi periferici dell'Unione e soprattutto per la tendenza degli investitori a trasferire, nelle fasi di turbolenza, la liquidità verso le attività meno rischiose. Difatti sono scesi di 10 centesimi i rendimenti del Bund decennale e il franco svizzero è balzato a un nuovo record sull'euro (1,189).

Qualcosa d'analogo s'è visto negli Stati Uniti. Parte della liquidità in fuga (temporanea) dalle azioni e dalle commodity è finita nei titoli di Stato a breve, come dimostrano i rendimenti dei T-Bill a 1 e 2 anni calati ai minimi storici e come lascia intendere il paradosso dei titoli a uno e tre mesi, i cui rendimenti sono diventati addirittura negativi: fenomeno che s'era già visto durante le fasi più acute della crisi del credito nel 2008-2009.

Tuttavia, a dispetto di nuovi brutti dati macroeconomici (i sussidi di disoccupazione sono saliti a 429mila), negli Usa sembra prevalere ancora un marcato ottimismo, come suggerirebbero le rosee previsione degli strategist azionari che vedono l'S&P a 1.400 per fine anno e come parrebbe capire dal recupero serale di Wall Street che ha quasi azerato le perdite della prima parte della seduta. Pessimo invece l'umore in Europa, dove anche il costo dei Cds sui bond societari a miglior rating è salito ai massimi dal settembre 2010.

 

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