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Perse 120 mila fabbriche, Italia dietro il Brasile

È sempre stato il cuore dell’economia italiana, il motore di quel sistema fatto di piccole imprese e grandi imprenditori. Ma proprio dal settore manufatturiero arriva l’immagine più nitida del declino industriale del nostro Paese, il racconto di quanto sia cambiato il mondo negli ultimi anni. Nel 2013 l’Italia è scivolata all’ottavo posto nella classifica dei Paesi manifatturieri. Nel 2000 eravamo al quinto posto, posizione mantenuta fino al 2007, anno di inizio della grande crisi che ancora ci accompagna. Siamo stati scavalcati da Corea del Sud, India e Brasile, che ci ostiniamo a chiamare Paesi emergenti anche se ormai corrono davanti a noi. 
La nostra fetta della produzione mondiale è scesa al 2,6%. Neanche un decimo di quella della Cina, al primo posto assoluto dopo aver doppiato gli Stati Uniti. Ma non è solo un problema di classifica, di piccole rivalità nazionali. Dietro le tabelle presentate ieri dal Centro studi di Confindustria c’è il fatto che negli ultimi 12 anni il nostro sistema produttivo ha perso 120 mila aziende e oltre un milione e 100 mila addetti. Posti di lavoro che spariscono, ricchezza che va in fumo, domanda che scende. «Un bollettino di guerra, ma non siamo vittime di un destino crudele e ineluttabile» dice il presidente dell’associazione degli industriali Giorgio Squinzi. L’unico settore ad avere il segno più davanti è quello alimentare. Per il resto sono solo meno. Persino il comparto con il secondo migliore risultato, quello della carta, ha comunque perso rispetto al 2000 il 4,5%. Per non parlare del settore con la performance peggiore, computer e macchine per ufficio, crollato del 99,3%. Praticamente azzerato. Eppure Squinzi si dice ottimista: «Serve un salto di mentalità – dice – e mi pare che si stiano creando le condizioni necessarie». Lo stesso Squinzi sottolinea che il presidente del Consiglio Matteo Renzi «in più di un’uscita pubblica ha ricordato l’importanza dell’industria per la nostra economia». Quasi a voler esorcizzare la tentazione di disimpegnarsi da un settore in difficoltà per puntare su altri.
Ma intanto il segno meno non ci abbandona. Sempre ieri Unioncamere – l’Unione delle camere di commercio – ha presentato un altro rapporto in cui stima in 144 mila i posti di lavoro che perderemo nel settore privato nel corso di quest’anno. Quasi la metà rispetto al 2013. Ma pur sempre di aumento della disoccupazione si tratta. Per questo il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, chiede misure per aiutare i giovani a mettersi in proprio. Secondo il rapporto ci sono 123 mila giovani che vorrebbero creare una loro impresa ma che si fermano per mancanza di fondi o difficoltà burocratiche. L’associazione dice che con procedure più snelle sarebbe possibile creare in due anni 30 mila nuove imprese con un valore aggiunto di 3 miliardi di euro.

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