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Perdite, un’ancora di salvezza per le imprese in crisi

La legge di Bilancio 2021 scrive la sorte delle perdite da Covid-19, rinviando di un quinquennio gli adempimenti imposti dal codice civile. Questo l’impatto delle disposizioni contenute nell’articolo 1, comma 266 della legge 178 del 30 dicembre 2020. La disposizione interviene a riscrivere completamente il testo dell’articolo 6 del dl 23/2020, cosiddetto decreto Liquidità (si veda ItaliaOggi Sette del 28/12/2020), norma che risultava scritta in modo criptico e, cosa maggiormente grave, completamente disallineata rispetto alla relazione illustrativa. Infatti, la scelta di riferirsi alle «fattispecie verificatesi» (intese come perdite) nel corso degli esercizi chiusi entro la data del 31 dicembre 2020, aveva suscitato contrastanti interpretazioni in dottrina, nel mondo notarile e anche nella giurisprudenza di merito. Il riferimento assai generico alle fattispecie non poteva funzionare e, soprattutto, nel clima di urgenza in cui fu adottata la norma, non si era per nulla pensato alla sorte futura di tali perdite, con una sorta di regime protettivo che avrebbe cessato i propri effetti a decorrere dal 1° gennaio 2021. All’approssimarsi dell’apertura del nuovo anno, quindi, un rimedio si rendeva necessario e la legge di Bilancio ha riscritto la disposizione, pur senza regolare il passaggio dalla vecchia alla nuova disposizione. Quindi, il «nuovo» articolo 6, come riscritto, continua a rubricarsi «Disposizioni temporanee in materia di riduzione di capitale», anche se ora fa esplicito riferimento (in positivo) alle perdite emerse nell’esercizio in corso alla data del 31 dicembre 2020. Qui la scelta può essere discutibile, nel senso che non pare chiara la sorte delle perdite di eventuali esercizi che, pur interessati dagli effetti della pandemia da Covid-19, si siano chiusi anteriormente a tale data; certo, potrebbe trattarsi di risultati influenzati non in modo pieno dagli effetti negativi delle norme restrittive, ma la problematica si era già presentata in relazione alla precedente norma e la problematica poteva facilmente essere risolta in radice. Il cuore del problema sta nell’evidenza di perdite che siano superiori al terzo del capitale sociale, dopo avere assorbito tutte le riserve del patrimonio netto, che svolgono una funzione di «scudo». Quando la perdita risulta pericolosa, si deve ulteriormente verificare se la medesima consenta di mantenere un capitale sociale al di sopra del minimo di legge (o di statuto), ovvero ne determini un abbassamento sotto tale parametro. Nel primo caso, scatta solo una sorta di ammonizione, con un anno di tempo per poter ridurre la perdita al di sotto del terzo. Nel secondo caso, scatta un allarme rosso che determina l’immediato intervento dei soci per assumere una improrogabile decisione (infatti gli amministratori devono intervenire «senza indugio»): ridurre il capitale e ricostituirlo con nuove sottoscrizioni, trasformare la società o entrare nella fase di liquidazione. Proprio su tali aspetti si apprezza il carattere derogatorio della norma, ove la medesima sancisce che non si applicano gli articoli 2446, secondo e terzo comma e 2447, per le spa, e 2482-bis, quarto, quinto e sesto comma, e 2482-ter per le srl; inoltre, non opera la causa di scioglimento della società per riduzione o perdita del capitale sociale di cui agli articoli 2484, primo comma, numero 4), e 2545-duodecies, sempre del codice civile. Si badi bene che i soci non vengono mantenuti all’oscuro di tutto, dovendo comunque essere informati, ma semplicemente si fornisce loro l’occasione di rinviare i rimedi nel tempo, salvo un auspicabile cambio di rotta. Si segnala che la nuova norma potrebbe, in alcuni casi, rappresentare un ostacolo per quelle società nelle quali la maggioranza volesse comunque optare per la copertura della perdita dell’esercizio 2020; per come si legge la disposizione, infatti, non sembra che la differente volontà dell’assemblea possa soverchiare il disposto normativo, con la conseguenza che la minoranza non dovrebbe «subire» la differente volontà e potrebbe invocare (a propria tutela) la disposizione in commento.

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