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Perdite, pubblicità e il nemico Mediaset Urbano ammette: “È una patata bollente”

«Mi son preso una bella patata bollente», ha detto Urbano Cairo, quando non era ancora ufficiale il passaggio di mano de La7. «Ma l’ho fatto coscientemente — ha aggiunto qualche ora dopo — visto lo stato dei conti dell’emittente diciamo che è una sfida importante». Cairo è un editore puro che a metà degli anni ‘90 si è messo in proprio raccogliendo pubblicità e poi ha acquisito la Giorgio Mondadori rilanciandola in poco tempo. «Ho venduto l’immobile per abbattere i debiti e ho lavorato 15 ore al giorno per rimettere a posto i prodotti», ha ricordato qualche tempo fa a chi gli chiedeva i segreti del suo successo. Poi ha cominciato a sfornare nuovi periodici di largo consumo, con bassi costi di produzione e altrettanto basso prezzo di copertina arrivando a superare per copie vendute l’altra Mondadori, quella di Segrate e di proprietà del suo maestro Silvio Berlusconi. A palazzo Niemeyer e in Publitalia, infatti, non lo amano proprio perché è sempre stato un concorrente agguerrito. Ora si dovrà misurare con la tv, una brutta bestia, come dicono gli esperti del settore e bisognerà vedere se avrà il coraggio di sfidare la corazzata Mediaset come ha fatto con la Mondadori. Magari andando a intaccare il pubblico giovane di Italia 1 o programmi tagliati sul target femminile, quello che piace di più ai grandi inserzionisti pubblicitari.
Una prima vittoria, comunque, Cairo l’ha già ottenuta: ha salvaguardato il suo ricco contratto pubblicitario che da anni aveva proprio con La7 e che ha permesso all’emittente di migliorare grazie a ricavi via via crescenti. Il passo falso è stato compiuto un paio d’anni fa, quando l’ex ad Gianni Stella prima assolda
Enrico Mentana alle news e poi sull’onda del successo di quest’ultimo si avventura in un dispendioso acquisto di volti noti e programmi da Rai 3. I costi del palinsesto sono così lievitati in un momento in cui il mercato della pubblicità ha cominciato a entrare in crisi. Un mix esplosivo che ha portato il cda di Telecom, controllata dalle banche, a spingere per la cessione ad ogni costo della rete. Difficile dire ora se dietro questa decisione ci fosse anche una volontà politica, essendo la Fininvest e i suoi esponenti presenti nel capitale di Mediobanca e nel cda di piazzetta Cuccia. Resta il fatto che la disastrosa gestione di Stella dell’ultimo anno, culminata ieri con 241 milioni di perdita netta nel 2012, ha messo nell’angolo il presidente di Telecom Italia Franco Bernabè, il quale non è più riuscito ad arginare le pressioni a favore di un’uscita dal business televisivo. É però riuscito a pilotare la vendita verso un editore puro, preferito al fondo Clessidra di Claudio Sposito e al partner Marco Bassetti, autore del piano industriale. Lo snodo della scelta ha riguardato la valutazione dei multiplex, cioè le infrastrutture che trasmettono il segnale in digitale. Secondo una perizia commissionata da Telecom a Citibank lo scorso 15 febbraio i tre multiplex di TiMedia hanno un valore compreso tra 300 e 400 milioni. Nella sua ultima offerta, arrivata giovedì scorso, Clessidra ha migliorato la sua proposta valutandoli 250 milioni, ancora troppo poco per poter interrompere la trattativa con Cairo.
Ora bisognerà vedere se questi otto mesi di tormento intorno alla tv non avranno strascichi ai piani alti della Telecom. Nel cda si è infatti compattato un fronte, composto dai consiglieri di Mediobanca e Intesa Sanpaolo, contrario alla gestione di Bernabè e che su alcuni temi potrebbe convergere con gli interessi di Generali e Telefonica. Una situazione piuttosto tesa, aggravata dal fatto che il titolo è sceso ai minimi in Borsa a causa del nuovo taglio ai dividendi e alla priorità assegnata agli investimenti. Decisiva sarà la trattativa sull’eventuale scorporo della rete che Bernabè sta conducendo con molta prudenza nonostante le pressioni in questo senso provenienti dagli azionisti e dalla Cassa Depositi e Prestiti.

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