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Perdite da non «sopravvalutare»

di Giorgio Gavelli e Franco Roscini Vitali

Sopravvalutare l'effetto sul bilancio delle società di capitali dell'eliminazione del vincolo quinquennale di riporto delle perdite non sembra una condotta prudente per amministratori, revisori e sindaci che si apprestano alla chiusura dei bilanci 2011.

Il vigente articolo 84 del Tuir, modificato dall'articolo 23, comma 9, del Dl n. 98/2011, prevede una rilevante modifica alle regole di riporto delle perdite per i soggetti Ires (con esclusione degli enti non commerciali), eliminando il limite quinquennale e disponendone l'utilizzo, in ciascun periodo d'imposta successivo, in misura non superiore all'80% del reddito imponibile.

Ne consegue che – ad eccezione dell'ipotesi in cui si utilizzino perdite formatesi nei primi tre periodi dalla costituzione (articolo 84, comma 2), le quali restano riportabili illimitatamente e fruibili per l'intero ammontare anche nel nuovo regime – in caso di reddito imponibile va assoggettato a tassazione almeno il 20% del suo importo, percentuale che aumenta se le perdite non sono capienti rispetto all'ottanta per cento del reddito dichiarato. La modifica si applica a tutte le perdite pregresse ancora disponibili per le imprese societarie (circolare n. 53/E/2011).

Nella Relazione accompagnatoria al Dl n. 98/2011 si legge che tra gli scopi della novità, oltre a quelli di fungere da sostegno alle imprese grazie all'eliminazione del vincolo temporale e di contrastare i tentativi di refreshing per le perdite prossime a scadenza, va annoverata l'intenzione di semplificare il calcolo delle imposte differite attive da stanziare nel bilancio di esercizio.

Il ragionamento sottostante sarebbe, in buona sostanza, il seguente: siccome non vi sono più limiti temporali all'uso, aumenterebbero le probabilità che le perdite vengano utilizzate, per cui (anche se più lentamente per effetto del limite quantitativo introdotto dalla manovra per esigenze di cassa), le imposte andrebbero sempre contabilizzate. Amministratori, sindaci e revisori sanno, tuttavia, che la questione è un po' più complessa.

Il principio contabile OIC 25 prevede (al paragrafo H.II) che «il beneficio fiscale potenziale connesso a perdite riportabili non è iscritto a bilancio fino all'esercizio di realizzazione dello stesso, salvo che sussistano contemporaneamente le seguenti condizioni: a) esiste una ragionevole certezza di ottenere in futuro imponibili fiscali che potranno assorbire le perdite riportabili, entro il periodo nel quale le stesse sono deducibili secondo la normativa tributaria; b) le perdite in oggetto derivano da circostanze ben identificate, ed è ragionevolmente certo che tali circostanze non si ripeteranno».

Di conseguenza, oltre a dover verificare le cause che hanno generato le perdite e a prevedere la loro scomparsa, i responsabili di bilancio sono chiamati a giustificare la "ragionevole certezza" di imponibili futuri (con piani attendibili approvati dal consiglio di amministrazione e verificati dagli organi di controllo), il che, anche in considerazione dell'attuale situazione economica, si presenta come esercizio di non facile soluzione.

L'eliminazione del vincolo quinquennale all'utilizzo aumenta indiscutibilmente l'orizzonte di "spendibilità" delle perdite, ma nella stragrande maggioranza delle imprese italiane questo orizzonte è del tutto imperscrutabile, non esistendo la possibilità di effettuare previsioni minimamente attendibili in un simile periodo temporale.

Se "prevedere" a cinque anni era già difficile prima di questa crisi economica, ora è complicatissimo, e sindaci e revisori, già alle prese con la (difficile) verifica della continuità aziendale, ne devono tenere conto. Per cui: il problema dello stanziamento (o meno) in bilancio delle imposte anticipate è tutt'altro che risolto e si presenta con difficoltà più o meno analoghe al passato.

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