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Perde il posto il magistrato che accetta regali

È legittimo destituire il magistrato che accetta prestiti o agevolazioni da persone coinvolte, come parti o indagati, in procedimenti civili o penali pendenti presso l’ufficio giudiziario di appartenenza. La rimozione del giudice non è contraria alla Costituzione perché le toghe sono tenute «più di ogni altra categoria di funzionari pubblici ad apparire indipendenti e imparziali agli occhi della collettività». Lo ha deciso la Corte costituzionale nella sentenza n.197/2018, depositata ieri in cancelleria (redattore Francesco Viganò) che ha ritenuto non fondate le questioni di legittimità dell’art.12 comma 5 dlgs n.109/2006, sollevate dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura in relazione al caso di due giudici incolpati di avere ricevuto benefici di varia natura da imputati in procedimenti penali pendenti presso le rispettive sedi giudiziarie. Nello specifico a una magistrata si contestava di aver percepito vantaggi indiretti (consistenti nel conferimento al coniuge di un contratto per un corrispettivo mensile di 100 mila euro) e diretti (costituiti da numerosi soggiorni in abitazioni di lusso, viaggi in aereo privato, borse e feste di compleanno) da un imprenditore che la stessa sapeva essere indagato presso il proprio ufficio di appartenenza per il delitto di bancarotta fraudolenta.Secondo la Corte, la norma che prevede la sanzione disciplinare della rimozione non lede il principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, poiché non determina alcuna irragionevole discriminazione in danno del magistrato autore dell’illecito disciplinare in questione rispetto a chi abbia commesso altri illeciti disciplinari per i quali non è prevista la sanzione dell’automatica rimozione.

Per i giudici delle leggi, condotte come quelle in considerazione creano un oggettivo pericolo di distorsione dell’attività giurisdizionale in favore del soggetto che ha corrisposto prestiti o agevolazioni al magistrato, e comunque scuotono la fiducia della collettività nell’indipendenza e imparzialità dello stesso ordine giudiziario. Sicché non è contraria alla Costituzione la pur rigorosa scelta legislativa di stabilire, per simili condotte, la necessaria rimozione dall’ordine giudiziario del magistrato che ne sia stato autore, dimostrandosi così non più idoneo all’esercizio delle proprie funzioni.

Francesco Cerisano

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