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Perde colpi la ripresa americana

di Mario Platero

Aveva ragione Ben Bernanke quando ha detto nella sua conferenza stampa di mercoledì che l'economia americana restava debole. Ieri il dipartimento al Commercio ha dato la fotografia precisa: il Pil nel primo trimestre è cresciuto di appena l'1,8% (dato annualizzato) contro il 3,1% dei tre mesi precedenti. Certo un trimestre più sfortunato in termini di notizie negative è difficile trovarlo: in America si è avuto un inverno durissimo, con paralisi per tempeste di neve, poi il terremoto in Giappone che ha creato forti ritardi nelle consegne. Soprattutto c'è stato un forte aumento del prezzo del petrolio. Potrebbe trattarsi dunque di impatti stagionali che non dovrebbero necessariamente ripetersi, dicono gli ottimisti. E infatti Andrew Tilton, economista di Goldman Sachs, anticipa un ritorno della crescita forte, con la possibilità di un tasso di espansione del 4% nel secondo trimestre.

Resta il fatto che la frenata è scoraggiante. E che il giudizio del mercato è pesante sul dollaro, ex valuta rifugio dalla quale si fugge per rifugiarsi altrove, nell'oro, che ha toccato un nuovo record e nel petrolio, che continua a volare. Ieri l'euro era scambiato in rialzo a quota 1,4815 dollari, lo yen, anch'esso in rialzo a quota 81,5450. L'oro prosegue nella sua corsa forsennata che lo porterà secondo alcuni presto su quota 2.000 dollari l'oncia: solo ieri ha guadagnato l'1,4 per cento stabilendo il nuovo record storico a quota 1,538.8 dollari l'oncia. I future sul greggio Wti con scadenza a giugno hanno chiuso a 112,86 dollari al barile, in rialzo di 10 centesimi rispetto alla chiusura di ieri. Si aggiunga che guardando in avanti, il petrolio resterà caro e il Medio Oriente in agitazione.

Il dato di ieri giunge dopo quattro mesi di manovra accomodante senza precedenti da parte della Fed con nuovi acquisti di bond per 600 miliardi di dollari, e dopo un paio d'anni di tassi d'interesse a breve vicini allo zero. A rendere le cose più complicate si è aggiunto ieri un dato sull'occupazione: le richieste di sussidi sono aumentate la settimana scorsa di 25mila unità. Questo dopo che in marzo l'economia aveva creato 216mila nuovi posti di lavoro, l'aumento più elevato dalla primavera scorsa.

Tutto negativo dunque? A giudicare dalla Borsa non sembra: l'indice Dow Jones continua a salire a ritmi rapidissimi, il rally si sta portando vicino a quota 13mila anche se l'aumento di ieri è stato più contenuto (+0,57%); l'S&P500 con un aumento dello 0,36% si riporta ai massimi dal giugno 2008 mentre il Nasdaq è sostanzialmente invariato.

Sul piano tecnico, il trimestre passato ha registrato una frenata dei consumi, che rappresentano circa il 70 per cento del Pil. Sono cresciuti soltanto del 2,7 per cento, contro un aumento del 4 per cento registrato negli ultimi tre mesi del 2010. Un altro campanello d'allarme arriva dall'inflazione, con l'indice Pce (si veda la parola chiave) in aumento del 3,8%, in netto rialzo rispetto all'1,7 per cento degli ultimi tre mesi del 2010. Senza le componenti dei beni energetici e alimentari, l'incremento è stato dell'1,5 per cento, comunque in forte rialzo rispetto allo 0,4 per cento del quarto trimestre. Detto questo gli analisti si aspettano per i prossimi mesi un rialzo nelle spese dei consumatori americani rispetto all'inizio dell'anno. La bilancia commerciale, che aveva contribuito alla crescita del prodotto interno lordo alla fine dell'anno scorso, ha frenato il dato dei primi tre mesi del 2011. Le esportazioni sono aumentate del 4,9%, in calo rispetto al +8,6% degli ultimi tre mesi del 2010. Le importazioni, che vengono sottratte al Pil, sono cresciute del 4,4% dopo il calo del 12,6%. Ma se il dollaro continuerà a precipitare a questi ritmi, anche questo dato prima o poi cambierà.

 

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