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«Perché mi candido per Confindustria Primo passo, i modelli contrattuali»

ROMA Aurelio Regina, 52 anni, presidente e azionista di Manifatture sigaro toscano, ha appena mandato ai saggi di Confindustria la sua candidatura per la presidenza, quando accetta di illustrare al Corriere perché vorrebbe guidare la più importante associazione degli imprenditori. Finora si erano formalmente candidati solo Alberto Vacchi, numero uno di Unindustria Bologna, e Vincenzo Boccia, presidente del comitato Credito e Finanza di Confindustria. Entro lunedì, termine ultimo, potrebbe farlo anche il presidente di Brescia, Marco Bonometti, mentre non è chiaro se lo farà il leader di Federmeccanica, Fabio Storchi. La partita per il dopo Squinzi è quindi apertissima.
Presidente Regina, perché si candida?
«Perché Confindustria ha bisogno di una rigenerazione. La nostra associazione ha perso un certo ruolo, ma può tornare a essere centrale. Per farlo c’è bisogno non solo delle competenze di un singolo ma di una squadra forte e coesa, che ridisegni il nostro assetto organizzativo. Ci troveremo infatti, in un quadro istituzionale che, dopo le riforme e il referendum che mi auguro le approvi, vedrà un governo con la maggioranza assoluta in un sistema monocamerale. Confindustria, per essere all’altezza, dovrà uscire dall’attività di sola concertazione e tornare ad essere un grande policy maker capace di generare progetti di modernizzazione, mettendo la competitività al centro. Altro obiettivo, buttare giù definitivamente le resistenze ideologiche nei confronti dell’impresa. Tutto questo si dovrà fare con un gruppo di persone molto preparate che devono mettere a disposizione di Confindustria la maggior parte del loro tempo. Il prossimo presidente deve essere un primus inter pares ».
Lei ha già fatto parte di una squadra, proprio quella di Giorgio Squinzi, dal 2012 al 2014. Poi la rottura. Perché?
«Ho una grandissima stima umana e imprenditoriale di Squinzi. Non ci ha diviso la strategia, ma la valutazione dei tempi e delle modalità di azione della Confindustria. Detto questo, la presidenza Squinzi ha ottenuto ottimi risultati, dal Jobs act al superammortamento degli investimenti, mentre ha inciso meno sul rinnovamento delle relazioni industriali. Adesso ci vuole un salto di qualità».
Se verrà eletto qual è la prima cosa che farà?
«Darò una sterzata immediata all’organizzazione interna, accelerando la riforma Pesenti. Arricchirò la Confindustria con le migliori competenze utilizzando al meglio le risorse di tutto il nostro sistema. Aprirò una stagione per una grande riforma della contrattazione in chiave moderna. In questo senso la piattaforma di Federmeccanica è quella sulla quale lavorare. Al di là del rinnovo dei contratti in corso, è il momento di preparare la nuova tornata di rinnovi con regole nuove che mettano al centro la contrattazione aziendale e la produttività, lasciando al contratto nazionale la parte normativa».
Che cosa pensa della proposta di Cgil, Cisl e Uil che invece insiste sul salario contrattato a livello nazionale?
«Quello che pensa Confindustria. Cioè che non presenta gli elementi necessari di novità e che serve soprattutto a sancire la ritrovata coesione fra i tre sindacati. Credo che bisognerà reimpostare la trattativa da zero».
Chi non la vorrebbe presidente le rimprovera di non essere un imprenditore manifatturiero. Cosa risponde?
«Trovo questa cosa curiosa. Sono a capo di un gruppo che ha nel suo nome, da 200 anni, la manifattura e oggi ha un fatturato di 100 milioni, 500 dipendenti, attività in 50 Paesi ed è market leader nel settore. Fare sigari è altrettanto complesso che fare occhiali, cioccolatini o pasta. Il mio gruppo, grazie a contratti innovativi, produce oggi il doppio dei sigari del 2008. E lo facciamo avendo le macchine imbullonate al suolo! Può bastare per chi dice che non sono un manifatturiero?».
Perché gli imprenditori dovrebbero scegliere lei anziché Vacchi o Boccia?
«Perché il prossimo presidente dovrà essere un imprenditore che abbia come riferimento non solo il mercato e le imprese ma anche il mercato politico e istituzionale, interno e internazionale, avendo capacità di inserirsi in questo con i tempi e le qualità comunicative indispensabili».
Vacchi ha incontrato Storchi, si parla di un patto tra i due. Se così è, avrebbe ancora senso la sua candidatura?
«Sto alle dichiarazioni ufficiali, secondo le quali si è trattato di uno scambio di vedute. Ripeto due cose: punto sulla squadra e la piattaforma di Federmeccanica è il punto di riferimento per la riforma della contrattazione. Mi auguro che su questi punti si possa concordare tutti. Confindustria, adesso, di tutto ha bisogno meno che di dividersi».
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