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Perché lo smartphone non corre più

Non hanno più nulla da dire», commenta il blogger inglese scuotendo la testa.
Zaino scuro, 30 anni, con reflex e cavalletto, si rigira fra le mani un nuovo modello di smartphone. «E poi sono tutti uguali» aggiunge prima di inoltrarsi in un altro padiglione del Mobile World Congress, la grande fiera dedicata all’universo dell’iPhone e dei suoi fratelli, dove lo aspettano altri modelli con l’immancabile doppia telecamera e l’inevitabile schermo senza bordi.
Che nel magico mondo dei telefoni qualcosa si sia inceppato è chiaro già da qualche tempo.
Ora è arrivata la conferma: per la prima volta il settore registra un calo di quasi sei punti percentuali. È accaduto nell’ultimo quadrimestre del 2017, quello natalizio, in flessione rispetto allo stesso periodo del 2016. Non era mai accaduto. Lo certifica Gartner, società di analisi e consulenza americana che dal 2004 tasta il polso del settore. «Sarà un anno difficile, il più difficile in assoluto per gli smartphone», conferma Roberta Cozza, ricercatrice di Gartner.
«L’assenza di vere novità, a fronte di aspettative alte da parte delle persone, non ha certo aiutato».
Intendiamoci: rispetto al 2016, ne sono stati venduti di più. Ma che in un quadrimestre così importante addirittura si verifichi un calo, anche se non uniforme, è un segno preoccupante. Eravamo abituati male, vien da dire. A ogni stagione una novità sorprendente e funzioni da sperimentare. Schermi tattili più grandi, fotocamere con una qualità che aumentava in maniera esponenziale, milioni di app da provare. Poi, dal 2014, quasi tutti i modelli hanno cominciato ad assomigliarsi e ogni nuova soluzione proposta ha iniziato a essere meno rilevante e comunque subito copiata da tutti. «Stiamo passando da un mondo di dispositivi a uno di servizi» aveva profetizzato sei anni fa Phil Harrison, due metri di altezza e un passato come vice presidente alla Sony e in Microsoft. Insomma il modello di smartphone o di smart tv conterà sempre meno, purché ci permetta di accedere a Facebook, WhatsApp, Netflix, Gmail o Spotify e agli altri servizi in mano ai soliti nomi noti della Silicon Valley.
Anche la tecnologia che fa da tema al Mobile World Congress 2018, l’intelligenza artificiale, viene da quella stessa zona della California. Tutti la sbandierano, tutti sostengono di aver realizzato uno smartphone che la usa. Sono pochi però a produrla.
Sorride quindi Scott Huffman, omone sui 45 anni, che ha portato una delle poche notizie di questa fiera. «Per la prima volta il nostro assistente virtuale parlerà trenta lingue diverse, italiano compreso, entro la fine di quest’anno» racconta. È il vice presidente di Google ed è a capo proprio della divisione che si occupa di intelligenza artificiale.
«Questo significherà dialogare nella propria lingua per il 95 per cento degli utenti di Android». Il sistema operativo della sua multinazionale è usato da due miliardi di persone e ha l’86 per cento del mercato. Il potere dunque passa dai dispositivi ai servizi, per usare le parole di Harrison. Almeno fino al 2019, quando le reti di nuova generazione ultra veloci, note come 5G, cominceranno a diffondersi. A quel punto un nuovo smartphone compatibile bisognerà comprarlo per forza, anche se per il resto non si differenzierà poi tanto da quello che abbiamo già. «Ma non mi aspetto un boom di vendite.
Almeno non subito» conclude Roberta Cozza. Insomma, se i giganti della telefonia non si inventano qualcosa, gli anni difficili rischiano di moltiplicarsi.

Jaime D’Alessandro

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