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Perché i decreti non funzionano?

Si utilizzeranno anche le risorse del Mes per aiutare i paesi come l’Italia che sono più in difficoltà dopo la chiusura della stragrande maggioranza delle attività economiche per coronavirus. L’Eurogruppo ha approvato all’unanimità una proposta accettata anche dall’Italia e che metterà sul piatto della crisi continentale 500 miliardi di euro. L’approvazione finale spetterà ancora al consiglio di Europa, e quindi, per giudicare il meccanismo messo in piedi, bisognerà conoscerne i dettagli, attualmente ancora oscuri perché la fumata bianca del vertice dei ministri delle finanze europei è stata accompagnata sostanzialmente da slogan assai poco utili per capire.

Vedremo nelle prossime ore se da lì arriverà davvero un aiuto o se all’Italia, nella sostanza, l’hanno Mes in quel posto. Mi scuso per la battuta grezza, ma il rischio principale che veniva da quelle decisioni è sulla natura del prestito che verrebbe concesso a Roma come a Madrid o a chi ne avesse bisogno. Sul meccanismo di stabilità europea si storceva il naso, perché le condizioni previste da statuto per avere quel prestito sono di sostanziale controllo della finanza pubblica del paese ricevente.

Nel momento del bisogno uno prende i soldi, ma infila anche il collo in un cappio stringente. Pare che si deroghi da queste condizioni statutarie, e che quindi poi nessuno ti metta spalle al muro sulle prossime manovre economiche. Bene, è un passo avanti (anche se pare che le condizioni cadano solo se tu chiedi i soldi per pagare le spese sanitarie, e non per aiutare le imprese ko, e allora staremmo parlando di nulla).

Ma non si è chiarito un altro tema, non meno stringente: se l’Italia prende quei soldi, il debito che ne nasce verso l’Europa sarà privilegiato rispetto al suo debito pubblico? Cioè le rate di quelle restituzioni sono privilegiate rispetto al rimborso dei titoli di Stato italiano? Perché se la risposta dovesse essere affermativa (questo prevede oggi il Mes) prendere quel prestito darebbe più danni che benefici, perché in automatico varrebbero di meno i nostri titoli di Stato e dovremmo pagare più interessi per attrarre i sottoscrittori.

In ogni caso la strada è ancora lunga e in salita, servirà un altro vertice, saranno necessari meccanismi per rendere disponibili quei prestiti e chissà quante altre settimane saranno ancora necessarie per avere quei soldi. L’Europa come l’Italia al suo interno sembra non avere alcuna coscienza dell’urgenza delle misure necessarie per tenere in vita le nostre economie, e si continua a perdere tempo preziosissimo rischiando di fare morire interi comparti dei nostri sistemi produttivi.

Questa sensazione è rafforzata dalla lettura del decreto legge per dare la liquidità alle imprese finalmente pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ieri e quindi in vigore. Prima sorpresa: il governo ci mette in tutto un miliardo di euro, gli altri 399 annunciati sono tutti sulla luna.

Seconda sorpresa: nel nuovo testo si tolgono anche i 600 euro per una parte delle partite Iva (i professionisti iscritti agli ordini) che erano invece ricomprese nel decreto Cura Italia del 17 marzo scorso. Il danno è relativo, perché a distanza di un mese non c’è nemmeno un italiano che ha potuto prendere quei 600 euro, quindi si sta togliendo il nulla. Ma il dato è significativo del caos e della malafede con cui l’esecutivo sta procedendo.

Terza considerazione: essendo quel testo scritto interamente sulla luna, sarà in gran parte inapplicabile, e cioè anche questo provvedimento nella sostanza non riuscirà a riparare uno solo dei drammatici guai che questo governo ha inferto a milioni di italiani, persone fisiche e imprese. Perché la sola cosa che dice loro è: «Indebitatevi!». Ma quelli sono già indebitati per tenere in piedi una attività, e non si indebiteranno di più per fare un piacere al signor Conte. Perché le garanzie parzialissime che il governo offre in questo decreto sono date alle banche che prestano soldi, non agli imprenditori che ne hanno bisogno.

Quando questi non riusciranno a pagare le rate del nuovo debito che eventualmente dovessero contrarre ora per respirare, finiranno in automatico nella lista dei cattivi pagatori (le banche non sono fatte di compassionevoli sportellisti, ma di sistemi informatici che li metteranno nella lista nera senza se e senza ma), e quindi salteranno in aria. Con le garanzie del governo invece si salveranno le banche, che potranno utilizzarle per avere le rate che a loro mancavano. E allora perché oggi una impresa ci penserà due volte prima di bussare alla porta di una banca per avere quel prestito, che in ogni caso non sarà erogato in tempi brevi.

Conte, il portinaio di Italia, si appresta in tanto a prolungare la serrata quasi totale fino al prossimo 3 maggio, aggiungendo guaio a guaio e dando una spallata mortale ad altra parte del sistema produttivo. Ha le sue ragioni per farlo, ma è irresponsabile che lo faccia senza mettere domattina soldi nella tasca di tutti gli italiani a cui impedisce di lavorare.

Perché non lo fa? Perché nessuno dei suoi decreti funziona? Qualcuno dice per colpa della burocrazia. Ma è falso: la burocrazia è in vacanza oggi come non è mai stata. Quei soldi non arrivano semplicemente perché non ci sono. E non ci sono perché il governo non li chiede. Non si è fatto nemmeno un collocamento straordinario di titoli di Stato che sarebbe garantito dalla Bce per fare in fretta. Se lo abbiamo fatto per aspettare una mano dall’Europa è stata una scelta folle.

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