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Perché Bruxelles non è disposta a sconti

È da anni ormai che la crisi del settore bancario italiano sta tenendo occupata la Commissione europea. Al di là della questione più ampia dei crediti inesigibili, l’esecutivo comunitario è chiamato a valutare la richiesta italiana di una ricapitalizzazione precauzionale di tre banche: il Monte dei Paschi di Siena, e due istituti di credito veneti, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Mentre il primo dossier è vicino a un esito positivo, sul secondo la partita è ancora aperta.
La speranza della Commissione è di chiudere la questione MPS «nelle prossime settimane», secondo un esponente comunitario. Due gli aspetti ancora in discussione in questi giorni. Il primo è quello dei tetti agli stipendi dei dirigenti bancari. Secondo le regole europee, in caso di ricapitalizzazione governativa e di ristrutturazione aziendale il salario massimo non può superare 10 volte la media degli stipendi nella stessa banca o 15 volte la media degli stipendi a livello nazionale.
Una volta fatto il calcolo bisogna scegliere il tetto più alto tra i due criteri. «L’obiettivo è di far sì che la banca sia redditizia», spiega l’esponente comunitario. «Il management deve mostrare l’esempio nell’esercizio di contenimento dei costi». L’altro aspetto ancora aperto riguarda la stima delle perdite già registrate e di quelle probabili in futuro, che non possono essere compensate da un aiuto di Stato, come ha spiegato il 15 maggio Danièle Nouy, presidente del Consiglio europeo di sorveglianza bancaria.
Qui a Bruxelles, esponenti comunitari spiegano che «un benestare di principio» da parte della Commissione europea è vicino, al netto dell’eventuale decisione della Vigilanza europea, la cui stima influenzerà nei fatti l’ammontare dell’aiuto di Stato. Se la ricapitalizzazione precauzionale di Mps richiede l’accordo comunitario è perché le regole europee prevedono una analisi antitrust dell’intervento pubblico sul mercato e una ristrutturazione della stessa banca.
La trattativa tra Roma e Bruxelles dura dalla fine dell’anno scorso quando il governo italiano si arrese all’idea di chiedere l’autorizzazione a versare denaro pubblico nel capitale della banca (si veda al riguardo Il Sole 24 Ore del 24 dicembre). In cuor loro, molti esponenti comunitari considerano che l’Italia abbia trascinato i piedi in questi mesi dinanzi a una ristrutturazione politicamente delicata e impopolare. Ancora più complessa è la ricapitalizzazione della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca.
In questo caso, la trattativa è a uno stadio meno avanzato, ha ancora detto di recente a La Stampa la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager. In cuor loro, molti a Bruxelles e a Francoforte sono dell’avviso che i due istituti veneti non hanno futuro in un mercato troppo parcelizzato. In un commento generale, la signora Nouy aveva notato in marzo che «in casi particolari il consolidamento può anche prendere la forma dello scioglimento delle banche, se non diventano sostenibili».

Beda Romano

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