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Per una lotta all’evasione efficace

di Luigi Lucchetti

La lotta all'evasione è battaglia sacrosanta: diamo per scontata questa premessa e non dilunghiamoci. Sui commercialisti, che mai hanno fatto mancare la loro collaborazione, si scaricano i nuovi adempimenti che le manovre estive hanno introdotto. Ma alcuni recenti provvedimenti ci inducono a riflettere non tanto sulle finalità, largamente condivise, che li hanno ispirati, quanto sulla ragionevolezza delle sanzioni previste a fronte di adempimenti strumentali all'accertamento, che si presentano di difficile, se non impossibile, esatta applicazione. Faccio riferimento, ad esempio, alle nuove sanzioni in materia di studi di settore e di comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini Iva (over 25 mila), da eseguire entro il 31 dicembre di quest'anno.

È stata inasprita la sanzione non solamente per l'omessa presentazione, ma anche per l'infedeltà del modello dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore, che ora è di 2.065 euro. L'infedele indicazione dei dati permetterà all'Ufficio di procedere all'accertamento induttivo ogni volta in cui il maggior reddito accertato a seguito della corretta applicazione degli studi di settore sia superiore al 10% rispetto a quello dichiarato.

In definitiva, leggendo le istruzioni per la compilazione dello studio di settore, i contribuenti soggetti a tale tipo di accertamento (la grandissima parte dei titolari di partita Iva che non possono accedere al regime dei contribuenti minimi), devono rassegnarsi al rischio di dover pagare questa sanzione a prescindere da fatti concreti di evasione. Per averne un esempio, basta rileggere le istruzioni alla compilazione dello studio di settore dei commercialisti. Ogni compenso percepito deve essere classificato per categoria di prestazione, se è a forfait oppure no, se è stato percepito a fronte di una prestazione iniziata ma non ultimata nell'anno stesso, se è stata iniziata in anni precedenti e conclusa nell'anno, per quanti clienti sono state eseguite quel tipo di prestazioni e via complicando di questo passo. Al confronto il modello 740 del 1992, che il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro definì «lunare», sembra un giochino da ragazzi.

A noi commercialisti è noto che gli applicativi per la gestione della contabilità non consentono una classificazione così minuziosa dei dati. I software non sono strutturati per gestire tutte queste informazioni non contabili, anche perché i campi per la gestione dei dati rilevanti per gli studi di settore non sono stabili, considerati i frequenti aggiornamenti che i modelli ricevono. Una gestione contabile così dettagliata richiederebbe, per la registrazione di una sola fattura, un'enormità di tempo che renderebbe antieconomica la tenuta della contabilità in modo adeguato a rispondere alle infinite richieste di classificazione dello studio di settore. Per non dire che il risultato finale di una gestione così complicata sarebbe comunque difficilmente esente da errori.

Tacere oltre su questo aspetto equivale a perseverare nell'ipocrisia: tutti sanno che i dati di riclassificazione dei ricavi e dei compensi presentano queste criticità e, dunque, qualsiasi contribuente è soggetto indiscriminatamente alla sanzione, soprattutto se questo adempimento è reso ogni anno più difficoltoso.

A un irragionevolmente complicato adempimento non può conseguire una sanzione così pesante, alla quale si aggiunge ora l'assoggettabilità all'accertamento induttivo. Conseguenza anche questa solo parzialmente condivisibile, perché una simile previsione si potrebbe giustificare solo per quelle attività rivolte all'utente finale, che non vedono la quasi totale applicazione della sostituzione d'imposta ai compensi.

Un altro esempio di adempimento assai complesso è quello delle comunicazioni delle operazioni rilevanti ai fini Iva. Praticamente, a contabilità 2010 ormai chiusa, si domanda di discernere, dalle registrazioni effettuate ai fini Iva, le operazioni regolate con carta di credito da quelle pagate con altri mezzi; occorre ricostruire le singole operazioni che, unitariamente considerate, superano la soglia dei 25 mila euro ma che hanno formato oggetto di fatturazioni d'acconto di importo inferiore alla soglia. Ma non tutte le operazioni del 2010 sono rilevanti, bensì quelle da una certa data in poi. Sono cose facili a dirsi, ma di difficile applicazione pratica con margini di errore molto elevati.

Più gli adempimenti formali si rendono complicati, più sarà difficile sottrarsi alle fittissime maglie dell'infedele comunicazione di dati presenti in questi modelli.

È veramente quello che serve ad un'economia già depressa che non riesce a crescere di suo? Quale coerenza c'è in un sistema che, da un lato, dichiara di voler adottare la via delle liberalizzazioni e, dall'altro, riempire la quotidianità di chi lavora in proprio con adempimenti quasi impossibili o troppo onerosi?

La strada da perseguire è necessariamente quella della ricerca del giusto imponibile attraverso la semplificazione. Gli studi di settore non sono uno strumento da buttar via, ma dovrebbero essere formulati in modo da fornire pochi indici–spia di situazioni anomale che servano a orientare l'azione accertatrice attraverso la ricerca di altri riscontri oggettivi alla presunta evasione fiscale, formando liste selettive di contribuenti da sottoporre a verifica. Le altre comunicazioni possono essere pretese in nome della lotta all'evasione, ma tenendo conto delle realtà degli operatori: in via provvisoria sarebbe preferibile che si mandino i vecchi elenchi dei clienti e dei fornitori in modo integrale, piuttosto che obbligare gli studi a compiere tour de force fino al giorno di Capodanno, con esiti improbabili quanto all'esattezza dei dati comunicati.

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