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Per salvare gli istituti, ieri il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto, necessario alla creazione di quattro nuove banche e di una «bad bank»

Il salvataggio è fatto. Oggi le quattro banche in dissesto — Banca Marche, Popolare dell’Etruria, Cassa di Ferrara e Cassa di Chieti — riapriranno i battenti con una nuova veste, senza perdite e con un capitale ricostituito. L’operazione, conclusa in 48 ore dalla Banca d’Italia utilizzando le nuove regole europee, è stata varata ieri con un decreto del Consiglio dei ministri al quale non ha partecipato, per altri impegni istituzionali, Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme istituzionali. Il provvedimento è stato approvato dopo il via libera sia della Bce sia della Ue: «Le decisioni della Commissione consentono l’uscita ordinata delle banche, riducendo al minimo l’uso dei fondi pubblici e le distorsioni della concorrenza derivanti dalle misure» ha spiegato la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager.
Lo schema seguito prevede il trasferimento dei crediti difficili dei quattro istituti — pari a 8 miliardi complessivi e svalutati a 1,5 miliardi — ad un’unica bad bank e la costituzione di quattro nuove banche, «bridge bank» (banche ponte) pulite dalle perdite e ricapitalizzate. A fornire le risorse necessarie — 1,7 miliardi per la copertura delle perdite, 1,8 per la ricapitalizzazione e 140 milioni per la bad bank — è il neonato Fondo di risoluzione nazionale, che dovrà essere alimentato dal sistema creditizio, la cui liquidità è stata anticipata dai tre maggiori gruppi italiani Unicredit, Intesa Sanpaolo e Ubi.
Le quattro banche salvate, saranno sotto il controllo del Fondo che è amministrato dalla Banca d’Italia (dall’Unità di Risoluzione) e che ne assicurerà l’attività per cederle sul mercato appena possibile: a gestirle fino a quel momento saranno quattro distinti amministratori ed un unico presidente, Roberto Nicastro, ex direttore generale di Unicredit.
Si tratta dunque di un’operazione complessa, che utilizza le nuove procedure della direttiva europea da poco recepita in Italia e che non impiega nel salvataggio soldi pubblici. A pagare – con l’azzeramento del capitale eroso dalle perdite e la svalutazione delle sofferenze sono solo gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati mentre ad assicurare la liquidità necessaria è lo stesso sistema creditizio. E stato quindi evitato il ricorso al bail-in, la regola del salvataggio interno che entrerà in vigore il 1 gennaio assieme all’intero schema del meccanismo di risoluzione unico delle crisi, che chiama a sopportare i costi del salvataggio anche gli altri obbligazionisti ed i depositanti con più di 100 milioni.
Il Consiglio dei ministri, col suo decreto, ha dato sostegno all’operazione di salvataggio disegnata dalla Banca d’Italia. In particolare, come precisa lo stesso comunicato di Palazzo Chigi, ha reso possibile la “tempestiva” costituzione delle banche ponte, ha definito i tempi per l’apporto dei contributi al Fondo da parte delle banche e ha disposto l’applicazione ai nuovi istituti la disciplina fiscale in materia di imposte differite .
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