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Per Sace in campo Generali

Le Generali puntano a rilevare il controllo di Sace, la società che assicura l’attività delle imprese italiane all’estero oggi controllata dalla Cassa depositi e prestiti. Secondo ambienti finanziari, i contatti tra il gruppo guidato da Mario Greco e il management della Cdp sarebbero in corso da qualche tempo. Ma da ieri l’operazione potrebbe aver subito un’accelerazione. Il Consiglio dei ministri ha approvato infatti un primo pacchetto di privatizzazioni, delegando il ministero dell’Economia all’attuazione del programma. La Cdp costituisce il fulcro di questo piano di cessioni che per ora coinvolge 8 società, di cui 4 controllate dalla Cassa mentre un’altra, StMicroelectronics, è destinata ad essere acquistata (per la seconda volta nell’arco di 4 anni) dal gruppo guidato da Giovanni Gorno Tempini.
Il via libera governativo alle dismissioni consente alla holding di via Goito di avviare una macchina che in realtà è pronta partire già da qualche mese. E che per la Sace non si stia studiando una quotazione in Borsa, come ad esempio per Fincantieri, sembra confermarlo il fatto che il ministro per l’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha parlato della cessione di una quota di controllo pari al 60%.
Le altre società che costituiscono il gruppo delle prime 8 dismissioni da realizzare entro il 2014 (il presidente del Consiglio Enrico Letta ha annunciato una seconda tornata di società da cedere, che però richiederanno una istruttoria più approfondita) vedono in pole position l’Eni, il gruppo petrolifero di cui il Tesoro detiene il 4,3% e la Cdp il 26,7%. Il governo ha annunciato l’intenzione di cedere una quota del 3% con un incasso atteso di 2 miliardi. Saccomanni ha precisato che l’operazione, per evitare di ridurre la quota pubblica sotto la soglia di Opa del 30%, può avvenire qualora l’Eni abbia completato il buy-back fino al 10% del capitale approvato dall’assemblea. Il riacquisto per un tale valore di titoli propri e il loro successivo annullamento avrebbe l’effetto di accrescere del 10% le partecipazioni esistenti: Cdp passerebbe così al 28,6% e il Tesoro al 4,73%, portando la quota pubblica al 33%. Questo scenario è facile a dirsi (e in verità era la proposta più gettonata nei dossier delle banche d’affari) ma è molto difficile da mettere in pratica. Un buy back sul 10% di Eni vale 6 miliardi; operazioni simili fatte in passato dalla società hanno richiesto circa 8 anni. L’operazione prefigurata da Saccomanni implica invece che il cane a sei zampe debba accelerare in 8-10 mesi il buy-back, spendendo una media di 600-800 milioni al mese per ricomprarsi titoli (contro un piano che prevedeva invece al massimo un miliardo di riacquisti l’anno) per consentire al Tesoro di vendere la sua quota prima della fine del 2014. Un simile rastrellamento farebbe lievitare inevitabilmente il prezzo del titolo che arriverebbe gonfiato al momento della privatizzazione. Difficile immaginare che la Consob resti impassibile. E forse anche gli altri azionisti avrebbero qualcosa da ridire su un maxi riacquisto che non sarebbe neutrale per la struttura finanziaria di Eni: l’indebitamento salirebbe da 15 a 18,5 miliardi, se si include l’effetto positivo per 2,5 miliardi della cessione della quota in Severenergia.
Quanto a StM (la quota italiana vale circa 700 milioni) sarebbe prevista un’altra partita di giro con Cdp, che l’aveva terminata di comprare nel 2009 da Finmeccanica per girarla poi al Tesoro nel 2010 nell’ambito dello swap con le azioni di Eni. Non si capisce il senso della cessione di Enav, ovvero dell’ente dei controllori di volo, che ben poco potrà fruttare. Eni e StM potrebbero fruttare 3 miliardi, i soli che andrebbero ad abbattimento del debito pubblico. Il 60% di Grandi Stazioni fa capo alle Ferrovie, che potrebbero fare cassa per circa 600 milioni.
Con la quotazione del 40% di Fincantieri (vale circa 1,5 miliardi), la cessione ai fondi di Cdp Reti (che già controlla il 30% di Snam, e in cui saranno conferiti il 30% di Terna e il gasdotto Tag venduto a Cdp da Eni), la vendita del 60% di Sace, la Cassa depositi e prestiti potrebbe incassare fino a 9 miliardi: circa 6 miliardi, come spiegato ieri da Letta (che ha parlato di 10-12 miliardi di proventi complessivi), resteranno alla società per rafforzare il patrimonio. Circa 3 miliardi potrebbero costituire un dividendo straordinario: tolta la quota (20%) delle fondazioni azioniste di Cdp e le tasse, al Tesoro potrebbero andare circa 2 miliardi da usare per ridurre il deficit.

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