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Per negare il credito serve un accertamento

di Antonio Iorio

Se la dichiarazione che riporta il credito di imposta è stata omessa, per disconoscere il medesimo credito nell'anno successivo è necessario un avviso di accertamento dell'agenzia delle Entrate, non essendo sufficiente l'avviso bonario.
A confermare questo importante principio è la Corte di cassazione con l'ordinanza n. 5318 depositata il 3 aprile 2012 che affronta una problematica piuttosto diffusa. Una società aveva impugnato una cartella di pagamento conseguente ad un avviso bonario (in base all'articolo 36 bis del Dpr 600/73).
In particolare, l'Agenzia aveva disconosciuto il credito riportato dall'esercizio precedente, in quanto la relativa dichiarazione risultava omessa. Mentre la commissione provinciale ha accolto il ricorso, i giudici di appello, cui si era rivolto l'ufficio, hanno riformavato la sentenza di primo grado, confermando la pretesa erariale. Secondo la commissione regionale le modalità di recupero delle imposte a credito erano corrette in presenza di omessa dichiarazione nell'anno precedente a quello oggetto di controllo.
La contribuente ha fatto ricorso, allora, per Cassazione deducendo falsa applicazione degli articoli 36 bis del Dpr 600/73 e 54 bis del Dpr 633/72, ed eccependo che la rettifica richiedeva un avviso di accertamento non potendo avvenire per il tramite della liquidazione della dichiarazione.
A questo proposito si ricorda che l'amministrazione, con procedure automatizzate, può liquidare le imposte, i contributi ed i premi dovuti in base alle dichiarazioni presentate dai contribuenti e dai sostituti d'imposta.
Si tratta dei cosiddetti "avvisi bonari", che possono essere inviati ai contribuenti entro l'inizio del periodo di presentazione delle dichiarazioni relative all'anno successivo.
L'articolo 36 bis del Dpr 600/73 ai fini delle imposte dirette (l'articolo 54 bis del Dpr 633/72 ai fini Iva) dispone, in buona sostanza, che il fisco possa procedere alla correzione di errori, alla riduzione di detrazioni o crediti d'imposta ovvero riscontrare la rispondenza dei pagamenti, sulla base dei dati e degli elementi direttamente desumibili dalle dichiarazioni presentate.
La Suprema corte ha accolto così il ricorso chiarendo la portata delle disposizioni in questione. I giudici di legittimità, infatti, con un'interpretazione letterale della norma, hanno evidenziato che questa attività di verifica è possibile solo quando la determinazione del dovuto derivi da un controllo meramente cartolare, escludendo questioni giuridiche o relative all'analisi di atti diversi dalla dichiarazione stessa.
Nel caso oggetto della sentenza, l'Agenzia aveva disconosciuto il credito d'imposta derivante dall'anno precedente, per il quale, tra l'altro, la dichiarazione risultava omessa. Pertanto, quest'attività non poteva essere ricondotta al mero controllo cartolare, in quanto necessariamente implicava verifiche e valutazioni di natura giuridica.
L'ordinanza appare interessante, in quanto, in relazione al principio espresso, tutto ciò che non è immediatamente desumibile da quanto dichiarato dal contribuente, non può essere rettificato ovvero preteso tramite i cosiddetti avvisi bonari, ma è necessario un avviso di accertamento.
Nella prassi quotidiana, l'uso di tale tipologia di controllo, è riscontrabile nelle più svariate pretese erariali. Spesso sono disconosciuti non solo crediti d'imposta, ma perdite riportate da pregressi esercizi, compensazione di crediti, acconti versati, eccetera.
Con questa interpretazione, dunque, sarà necessario riscontrare se la rettifica operata dall'ufficio derivi, di fatto, da difformità rispetto a quanto effettivamente dichiarato dal contribuente ovvero da una valutazione che, ancorchè possa sembrare "automatica", richiede un avviso motivato.

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