Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Per Mario Draghi ora è più difficile la strada che porta alla ripresa

Sulla scacchiera di Mario Draghi ci sono numerose pedine in posizione minacciosa: arrivare a dare scacco matto — riportare un po’ d’inflazione nell’economia ed evitare una nuova recessione — questa volta sarà davvero difficile. La prima mossa a cui è chiamato è data dalla necessità di tranquillizzare una parte dei membri del Consiglio della Banca centrale europea (Bce) che lo criticano apertamente (lo ha rivelato l’agenzia di stampa Reuters ). In parte, pare, per uno stile poco collegiale – ma questa è l’osservazione probabilmente più facile da contrastare: se ne sarebbe già parlato nella cena dei governatori ieri sera a Francoforte, prima della riunione del Consiglio di oggi.
Più seria è l’accusa di avere annunciato senza concordarlo un obiettivo numerico, l’espansione del bilancio della Bce, cioè l’immissione di mille miliardi nell’economia dell’Eurozona: l’avere posto un obiettivo, dicono i critici, li costringerà ora, per raggiungerlo, a sottoscrivere misure di espansione monetaria non convenzionale con le quali magari non sono d’accordo.
La chiave, come sempre, è la posizione di Jens Weidmann, il presidente della tedesca Bundesbank, che è soprattutto contrario a una possibile forma di pieno Quantitative Easing, cioè a un’operazione di creazione di moneta attraverso l’acquisto da parte della Bce di titoli pubblici (in proporzione ai Pil di ogni membro dell’Eurozona). La sua posizione è importante in due sensi. Attorno alle sue critiche a Draghi si sarebbero raccolti — sempre secondo Reuters — due membri (su sei) del comitato esecutivo, Sabine Lautenschläger e Yves Mersch, e i governatori di 5-7 banche centrali nazionali (su 18). Soprattutto, però, l’opposizione di Weidmann alle misure di politica monetaria non convenzionale — sul modello di quella praticata per cinque anni dagli Usa e ora dal Giappone — influenzano Angela Merkel.
Da quel che si capisce a Berlino, la cancelliera tedesca non è del tutto contraria in via di principio alle possibili scelte espansioniste di Draghi, se ci saranno: non ha però la possibilità politica di appoggiarle se la Bundesbank, ritenuta un’istituzione intoccabile dalla grande maggioranza dei tedeschi, le osteggia. Naturalmente, Draghi potrebbe fare una forzatura e andare avanti anche con la contrarietà di Weidmann e di alcuni membri della Bce: già oggi, dopo la riunione del Consiglio, si vedrà quali saranno i suoi orientamenti e il suo tono. Al di là delle conseguenze politiche immediate di una scelta del genere — imprevedibili — ci sarebbe però un altro rischio significativo.
Non è detto, infatti, che misure di Quantitative Easing funzionino nell’Eurozona allo stesso modo in cui hanno funzionato in America. Molti economisti ne dubitano: la struttura economica del Vecchio Continente è molto più rigida di quella degli Stati Uniti e risponde meno agli stimoli monetari; il sistema bancario che dovrebbe incanalare la liquidità verso l’economia reale è più debole; e la domanda di credito è scarsa. In particolare, una pedina importantissima si è messa male sulla scacchiera di Draghi: il sistema bancario italiano, uscito come il più debole dal recente esame della Bce, sarebbe in grado di trasferire significativamente l’espansione monetaria della Bce all’economia? C’è chi — per dire il Wall Street Journal di lunedì scorso — ne dubita e vede nella Penisola il punto critico della strategia di Draghi. Come che sia: se una forte operazione di Quantitative Easing, condotta con l’opposizione della Germania e di altri Paesi, non dovesse funzionare per ragioni strutturali, per la Bce sarebbero guai.
Le divisioni nel Consiglio della Bce, dunque, sono una preoccupazione significativa per Draghi. Ma, in fondo, non sono strane in una zona monetaria di 18 economie. Non sarebbero il pericolo maggiore se sulla solidità delle strategie ci fossero certezze. E se a rendere ancora più delicato il passaggio, non ci fosse anche il pessimo clima politico tra i partner europei, testimoniato dalla tensione tra Matteo Renzi e il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. Di fronte ai rischi di recessione e deflazione, servirebbe la massima fiducia tra i governi; la sfiducia ha invece raggiunto livelli toccati di rado .
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

L’anno del Covid si porta via, oltre ai tanti morti, 150 miliardi di Pil. Ma oggi si può dire che...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Forte crescita dell’attività di private equity nei primi due mesi dell’anno. Secondo il dodices...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Goldman Sachs ha riavviato il suo trading desk di criptovalute e inizierà a trattare futures su bit...

Oggi sulla stampa