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Per l’Italia disponibilità fino a 125 miliardi

Bene, benissimo, il Quantitative easing per l’economia italiana annunciato ieri da Mario Draghi. Peccato quel difetto sul piano del simbolico. Che poi, a ben guardare, è il frutto di un compromesso tra due visioni diverse su cosa può e deve fare una banca centrale di fronte all’”idra”della deflazione . 

Così molti economisti e analisti finanziari hanno accolto ieri le comunicazioni arrivate da Francoforte. «Abbiamo avuto una sorpresa positiva e una sorpresa negativa» sottolinea ad esempio Paolo Guida , vice presidente di Aiaf, l’associazione degli analisti finanziari. L’aspetto positivo, spiega, sta nelle dimensioni dell’intervento annunciato: 60 miliardi al mese di acquisto di titoli sono certamente superiori alle attese ( si parlava di 50)ed è stato detto che l’intervento si protrarrà dal prossimomese di marzo al settembre del 2016 e soprattutto si è data un’indicazione aperta nel senso che si è detto che si continuerà ad intervenire finché sarà necessario ai fini del raggiungimento dell’obiettivo di medio termine ovvero quel vicino al 2 per cento.
La sorpresa negativa, invece, riguarda il decentramento dei rischi nell’acquisto dei titoli per una misura pari all’80 per cento dei nuovi acquisti. È un tema di cui si è discusso molto prima della riunione di ieri e sono stati molti i soggetti che hanno preso una posizione contraria: dal Fondo monetario internazionale allo stesso governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che in una recente intervista a un quotidiano tedesco aveva “messo agli atti” la propria posizione: «Se le banche centrali nazionali acquistassero titoli a carico del proprio bilancio la frammentazione finanziaria potrebbe tornare ad attuarsi rispetto alle condizioni attuali» aveva affermato Visco, spezzando una lancia a favore di un rischio comunque condiviso dall’eurosistema nel suo insieme.
Invece, almeno sotto questo profilo, è prevalsa (con il “consenso”, non con una maggioranza larga né tantomeno con l’unanimità dei banchieri centrali) l’altra impostazione, quella cara al tedesco Jens Weidmann. Così, fatti 100 gli acquisti aggiuntivi di titoli rispetto ai programmmi attualmente in vigore (abs e covered bonds) 20% saranno oggetto di condivisione del rischio da parte dei paesi dell’area dell’euro (di cui 12% saranno acquisti di Bei, Efsf e Esm da parte delle banche centrali nazionali e 8% gli acquisti della Bce su titoli di stato ) e 80% saranno oggetto di un rischio specifico delle banche centrali nazionali. Concretamente , con qualche calcolo on the back of the envelope, su un programma approvato da 1.140 miliardi,sottraendo i circa 250 miliardi che per il mercato andranno in acquisti di abs e covered bonds e un altro centinaio di miliardi che le banche centrali nazionali useranno per comprare titoli delle tre agenzie europee, l’acquisto di titoli di stato veri e propri dovrebbe essere pari a circa 700 miliardi . Di questi, circa 64 saranno comprati dalla Banca centrale europea. Al nostro paese, che pesa per il 12,3 per cento sul capitale della Bce dovrebbero andare in totale 85 miliardi: 7 miliardi di titoli di stato comprati dalla Bce e circa 78 miliardi comprati dalla Banca centrale italiana; ma l’economista Paul De Grauwe per stimare gli acquisti di titoli di stato usa la quota di capitale Bce ripartita solo tra i paesi che fanno parte dell’eurozona e valuta la percentuale del capitale della Bce di pertinenza italiana pari al 17,9% del totale dei titoli acquistati : in quel caso gli acquisti di titoli di stato italiani sarebbero pari complessivamente a 125,30 miliardi.
«È importante-osserva Sergio De Nardis, capoeconomista di Nomisma- che il presidente della Bce abbia detto che il programma durerà almeno fino a settembre 2016, ma che esso sarà in ogni caso portato avanti finché la Bce non osserverà un rialzo sostenuto nel sentiero dell’inflazione coerente con il target di medio termine della Banca. Il Qe può avere speranza di efficacia se agisce sulle aspettative. Affermare che al di là della scadenza di settembre 2016 si andrà avanti se occorre va nel senso di orientare le attese».
Ma, aggiunge De Nardis: «Il lato meno positivo delle scelte di oggi riguarda la non condivisione del rischio. Il Qe, come ha fatto sapere Draghi, viene considerato unanimemente dal Board uno degli strumenti della politica monetaria europea e come tale andrebbe, quindi, gestito. Affermare in linea di principio che è uno strumento della politica comune e poi negarlo nella pratica è una contraddizione che può essere letta sfavorevolmente dai mercati, un’incrinatura nella politica monetaria comune». C’è anche chi non drammatizza più di tanto il problema: così ad esempio su la Voce gli economisti Alesina e Giavazzi avevano scritto che «se fosse necessario fare un compromesso in seno alla Bce, meglio rinunciare alla condivisione del rischio che cedere su durata e quantità dell’intervento» .
Per ora, quindi, prevale il lato positivo delle scelte di ieri. Decisioni che possono avere molti effetti positivi attraverso molti canali di trasmissione: l’aumento di liquidità, la riduzione dei tassi a lungo termine, il miglioramento delle attese sull’inflazione, l’effetto ricchezza che può sostenere i consumi. Tutte cose che secondo i calcoli della Banca d’Italia, possono comportare nell’arco di due anni mezzo punto di crescita del Pil in più, nonchè un aumento dei prezzi pari a 0,3-0,4 punti in più quest’anno e l’anno prossimo. Al di là delle reazioni di mercato, servirebbe adesso un vero recupero di fiducia nell’economia europea. Possibilmente, condiviso.
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