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Per l’Italia a rischio il 62% dei fondi Ue

Si è fatto un gran parlare, dopo il Consiglio europeo di fine giugno, della “vittoria” italiana per la decisione dei leader Ue di destinare otto miliardi di euro a combattere la disoccupazione giovanile. Ma l’Italia ha davvero pochi motivi per rallegrarsi, alla luce dell’incapacità storica di spendere le risorse comunitarie. A meno di sei mesi dalla chiusura del programma quadro pluriennale 2007-2013, i fondi realmente spesi e certificati alla Commissione europea sono il 40% circa di quelli assegnati con i fondi strutturali, il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr) e il Fondo sociale europeo (Fse). Una media che nasconde una realtà ancora più preoccupante: nella classifica dei 27 Paesi membri (la Croazia è entrata solo da pochi giorni) l’Italia è penultima nell’utilizzo dei fondi Fesr che sono i tre quarti degli oltre 28 miliardi complessivi assegnati all’Italia con Fesr e Fse. Secondo i dati della Ue aggiornati alla scorsa settimana, l’Italia ha speso solo il 38% dei 21 miliardi dei fondi Fesr impegnati. Quindici punti sotto la media Ue, quasi la metà rispetto al 73,3% dell’Estonia, ma anche molto lontano dal Portogallo, terzo con il 71,5%. Peggio di noi ha fatto solo la Romania. La Spagna è sopra il 57% e la Grecia addirittura al 61, appena sotto la Germania.
Le cose vanno meglio nel rendiconto del Fse. In meno di un anno l’Italia ha scalato diverse posizioni nella classifica europea salendo al 53,4% di spese certificate alle Ue, solo due punti e mezzo sotto la media, un punto sopra la Francia. Ma l’accelerazione è stata possibile solo grazie a due mosse dell’ex ministro Fabrizio Barca avallate da Bruxelles: la riduzione della quota di cofinanziamento nazionale e la possibilità di utilizzare le risorse Fse per gli ammortizzatori sociali. Soprattutto quest’ultima si è rivelata la mossa più efficace per smuovere un po’ di miliardi, ma è senza dubbio una forzatura rispetto alla missione del Fse che dovrebbe finanziare politiche attive del lavoro e non sussidi per la disoccupazione.
Tra risorse europee e cofinanziamento nazionale, l’Italia deve ancora spendere circa 30 miliardi entro dicembre 2015 (grazie alla regola N+2). Quasi un miliardo al mese. Non farcela significherebbe perdere la quota di fondi comunitari che sono più della metà. Sarebbe inaccettabile.

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