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Per l’Istat primi segnali di ripresa

L’Italia ricomincia da 0,3.C’è tutto il senso del “disgelo” del sistema economico italiano che dopo 7 anni di crisi battente è tornato alla crescita nel primo trimestre del 2015 nel rapporto annuale dell’Istat che ieri è stato presentato dal suo presidente.
Giorgio Alleva ha scelto per il suo debutto alla Camera la chiave delle produzione di nuove mappe, sociali, territoriali, economiche, per la “lettura” e la comprensione di un Paese che, nel momento in cui ritrova la strada della ripresa, ha bisogno di una ricognizione accurata, in modo da inventariare non solo tutto ciò che è andato perduto negli anni della crisi ma anche gli elementi di forza dai quali ripartire. Così in primo luogo nel Rapporto si evidenzia il fatto che il recupero dell’attività produttiva non cade dal cielo ma è stato preceduto da una serie di sintomi positivi : il ritorno alla crescita della spesa per consumi nel 2018 (+0,3%) con il rafforzamento del sentiment dei consumatori nei primi mesi di quest’anno che potrebbe preludere a una moderato miglioramento della spesa del consumi; la possibilità per la prima volta più concreta che quest’anno ripartano gli investimenti. Gli esperti dell’Istat prevedono che per il 2015 «ci si attende una crescita più sostenuta dei prodotti della priorità intellettuale, più reattivi al miglioramento delle condizioni di liquidità garantito dal Qe e dal mini-euro, mentre si prevede che gli investimenti in macchine a attrezzature crescano a un ritmo più contenuto», mentre per la ripresa degli investimenti in costruzioni occorrerà attendere il 2016. C’è il fatto che, se non altro, lo scorso anno l’indicatore di “deprivazione materiale grave”che segna i confini più aspri della povertà, è ridisceso a quota 11,4% dopo che nel 2012 aveva toccato il 14,5. Insomma ,oggi ci sono tutti gli elementi per un cauto ottimismo: dal Qe che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo visto che secondo l’Istat in sua assenza si determinerebbe nel 2016 una minor crescita dello 0,7%; al mini euro, che spinge le esportazioni (+1,2 per cento nel primo trimestre 2015),oltre ai i bassi prezzi dell’energia ma anche i miglioramenti nel mercato del lavoro: nel 2014 l’occupazione è tornata ad aumentare, annota il rapporto con 88mila occupati in più(+0,4 rispetto al 2013) anche se soprattutto fra le classi di più anziane fra gli stranieri residenti e fra le donne. E ieri proprio a un cauto ottimismo si è attenuto Alleva:«Immaginiamo che la crescita continuerà e probabilmente si rafforzerà nella parte successiva dell’anno». Per valutare gli effetti sull’occupazione, ha però avvertito, bisognerà «aspettare 6 mesi da giugno», quindi inizio 2016. Inoltre, Alleva non si è sbilanciato sul superamento a livello prettamente tecnico della fase recessiva: «gli economisti sanno che un cambiamento di ciclo presuppone la persistenza di un certo segno, ne abbiamo avuto uno positivo, aspettiamo il secondo».
Naturalmente, il rapporto non nasconde che proprio sul terreno dell’occupazione la distanza che ci separa dall’Europa è tuttora molto forte : da noi il tasso di occupazione è del 55,7%; per raggiungere la media europea che è pari al 64,9 %, nel complesso gli occupati dovrebbero aumentare di circa 3,5 milioni: nel caso delle donne, in particolare, per arrivare agli standard continentali servirebbero 2 milioni e mezzo di posti di lavoro. Però l’analisi dei dati di struttura del Paese permette anche considerazioni positive. Così nel rapporto si ricorda che i dati dell’ultimo censimento mostrano l’esistenza di 141 distretti industriali con elevata specializzazione nelle piccole e medie imprese della manifattura, la metà dei quali ha dato prova di capacità di resistere bene e di riorganizzarsi di fronte alla crisi. Si afferma che se è vero che la crisi non ha modificato in modo sostanziale la struttura produttiva dell’economia italiana (la dimensione media delle aziende resta 3,9 addetti), in Italia risulta in crescita il numero dei gruppi d’impresa , che sono oltre 90 mila, dunque c’è una capacità di integrarsi e fare rete. Nel 2014, aggiunge ancora l’Istat ci sono stati segnali di ripresa che hanno coinvolto un numero crescente di imprese. Così tra le aziende con più di 20 addetti del settore manifatturiero una su due ha aumentato il fatturato totale di almeno lo 0,8 per cento.
La relazione contiene anche altre notizie positive: per esempio si documenta il fatto che anche in Italia, sebbene con una redditività ridotta rispetto ad altri Paesi, l’istruzione “paga”.
Un’ indagine ad hoc dell’Istat ha messo in evidenza il fatto che nel Centro- Italia gli uomini in possesso di una laurea sono remunerati fino al 67,9 per cento in più di quelli in possesso del diploma (per le donne, però la laurea rende meno e il differenziale retributivo fra laureate e non è del 28,9 per cento). Non basta : se si esaminano gli sbocchi professionali per chi ha conseguito un dottorato di ricerca si scopre che a quattro anni dal conseguimento del titolo sono occupati 9 dottori di ricerca su 10 e l’85 per cento svolge una professione intellettuale di tipo scientifico o ad elevata specializzazione. Molti di loro vivono all’estero (si è passati dal 7% delle prime rilevazioni al 13% delle ultime) ma anche questo fenomeno, in sé, non è negativo: lo è invece la scarsa attrattività di studenti esteri da parte dei nostri atenei.C’è un solo elemento nel rapporto dove a prevalere sono le ombre e ieri il presidente dell’Istat ne ha parlato diffusamente. È la situazione del Mezzogiorno «da molti anni assente dalle priorità della policy». E se non si recupera il Sud (le sue imprese, le sue città, i suoi residenti) alle dimensioni di sviluppo e crescita, ha concluso Alleva, in Italia «sviluppo e crescita non potranno che essere penalizzati, quantitativamente e qualitativamente, rispetto agli altri Paesi».

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