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Per le sentenze vincolo di deposito entro un anno

di Alessandro Galimberti

Il ritardo di più di un anno nel deposito di una sentenza lede il diritto al giusto processo del cittadino che attende di conoscere le ragioni della decisione; quindi il magistrato che ne è responsabile è passibile di un richiamo disciplinare. Le Sezioni unite della Cassazione (sentenza 18696/11, depositata il 13 settembre), intervenendo sul caso di un giudice catanese già assolto dal Csm, fissano un nuovo parametro temporale per valutare il comportamento delle toghe, traendolo da una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo (Werz c. Suisse, 22015/05). Secondo la Cedu, richiamata dalla sentenza depositata ieri, l'impiego di oltre un anno nella stesura della motivazione lede il diritto al giusto processo della parte che attende di conoscerla se si considera che, nel campo della giustizia civile, la giurisprudenza europea «ha affermato che la durata del processo di Cassazione non dovrebbe in genere eccedere l'anno», termine entro cui deve essere espletata tutta l'attività preliminare alla pubblicazione della sentenza.

Tanto basterebbe, a giudizio delle Sezioni unite, per rivedere l'assoluzione del magistrato in servizio in Sicilia, incolpato per aver ritardato fino a quattro anni e mezzo il deposito di una motivazione, e in altri casi quasi tre anni (il caso approderà a un nuovo collegio disciplinare delle toghe). Ma la Cassazione poi aggiunge un altro correttivo al dispositivo del Csm, che per giungere al proscioglimento del collega aveva ritenuto necessaria la dimostrazione di tre condotte (gravità, reiteratezza e mancata causa di giustificazione) in aggiunta alla «abitualità» del "lassismo". Il quarto aspetto – l'abitualità nel ritardare i depositi – è stato cassato dalle Sezioni unite per mancanza di aggancio normativo: una cosa è la «reiteratezza», dato obiettivamente misurabile (parametro peraltro previsto dal Dlgs 109/2006), altro è l'abitualità che «evidenzia una qualità personale dell'incolpato che si rapporta alla palese negligenza e scarsa laboriosità del magistrato».

Non solo. Nell'analisi dei tre presupposti per arrivare all'incolpazione del giudice ritardatario, le Sezioni unite forniscono una interpretazione chiara della sussistenza dei requisiti di gravità, reiteratezza e mancata giustificazione. Riferendosi alla legge delega (150/2005), la Corte sottolinea che «grave» e «ingiustificato» sono condizioni concorrenti del ritardo, e che quindi devono sussistere reciprocamente, insieme alla «reiteratezza». In sostanza, scrive il relatore, «i tre attributi analizzati sono tutti rilevanti per integrare l'infrazione, sia pure con funzione diversa, dando luogo alla fattispecie disciplinare la mera ripetizione e gravità dei ritardi, sempre che manchino cause di inesigibilità dell'ottemperanza dei precetti normativi sui termini per il deposito delle sentenze».

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