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Per le Pmi troppi ostacoli all’uso dei fondi pubblici

I fondi europei? Solo un progetto su cinque presentato da aziende italiane supera l’esame di Bruxelles e diventa finanziabile. I fondi nazionali e regionali? Sono spesso farraginosi. I fondi interprofessionali per la formazione continua dei lavoratori? Il Ddl Stabilità, dopo il primo prelievo forzoso avvenuto l’anno scorso, ha introdotto un’ulteriore riduzione a regime: 20 milioni in meno il prossimo anno e 120 dal 2016. Eppure, specie ora che siamo alle porte della terza recessione, «i fondi sono un’opportunità straordinaria, ma vanno utilizzati bene».
Sembra un assioma lapalissiano, ma per Barbara Pigoli, che nella sua carriera ha sperimentato più volte quanto il mondo dei fondi pubblici sia «un sistema ignoto con regole ignote», non si possono sprecare ancora questi assist. «I fondi vanno assegnati partendo da una domanda semplice: a che cosa servono? E per rispondere bisogna abbandonare i monitoraggi formali e introdurre controlli ex post effettivi, accompagnando l’impresa passo passo». Così nel 2010 ha dato vita ad AssoMec, un’associazione di imprese manifatturiere, di cui è oggi presidente, che in tre anni ha saputo accendere la “scintilla” giusta tra le esigenze delle aziende e le risorse disponibili trasformando in risultati concreti – dall’aumento di produttività all’espansione su nuovi mercati – le 47mila ore di formazione, finanziate con oltre 5 milioni di euro, delle 450 Pmi coinvolte(mercoledì 17 dicembre, a Milano, verranno premiate da AssoMec 80 Pmi che hanno saputo sfidare e vincere la recessione utilizzando al meglio i fondi pubblici). E dal suo osservatorio lancia una sorta di allarme: «In Italia solo il 4,5% delle Pmi manifatturiere gestisce un piano organico di riqualificazione e sviluppo. In tema di fondi non possiamo più permetterci che l’offerta schiacci la domanda: è necessario ripartire dalle esigenze dell’economia reale, bisogna rimettere al centro la persona, il capitale umano. Da lì riavviare un percorso più virtuoso. La formazione continua è un volàno, a patto che l’azienda sia aiutata a definire al meglio obiettivi e progetti di sviluppo».
In effetti, i fondi non mancano. Spaziano dalla formazione all’innovazione, dall’internazionalizzazione al welfare aziendale. Lungo queste direttrici le Pmi possono sfruttare un ampio ventaglio di contributi che le aiutano a crescere e a colmare i gap di competenze. Ma l’impressione è che talvolta in questa “selva” di opportunità l’imprenditore si perda.
«È vero – conferma Pigoli -, perciò è necessario consolidare un salto culturale da parte delle Pmi, che non sempre si sforzano di correlare l’acquisizione di asset immateriali alla possibilità di incrementare il valore dell’azienda. La formazione non è un’interruzione della propria attività, migliora competitività e occupabilità e i fondi dovrebbero servire proprio ad agevolare questo passaggio».
Un altro ostacolo da disboscare è la burocrazia. «È ingombrante – osserva Pigoli -, sottrae tempo e senso a chi è costretto a prendere ogni giorno decisioni importanti per sé e per i propri dipendenti».
Nell’esatto istante in cui decide di cavalcare l’opportunità di un contributo pubblico un imprenditore «deve fare i conti con un apparato burocratico onnivoro». È una sorta di corsa a ostacoli.
Spiega a mo’ di esempio Pigoli: «Un imprenditore deve sapere come funzionano i Regolamenti comunitari, sapere qual è il massimo richiedibile in base al regolamento del Fondo (si tratta di un altro regolamento, ma dove si trova?), essere in possesso della firma digitale (dunque perdere una mezza giornata in Camera di commercio), scegliere tra i tanti un Fondo cui aderire (in base a quale criterio?), disporre di password e username del Fondo (che arriva dopo un po’, ma non si sa bene quando), passare dalle Commissioni bilaterali territoriali (che non si sa dove siano, quando si radunano e in base a quali criteri deliberano), ma soprattutto essere certo che tra sei mesi la sua azienda sarà nella stessa condizione di mercato e avrà esattamente il medesimo fabbisogno di formazione, innovazione e sviluppo di oggi. Pena la mancata concessione del finanziamento».

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