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Per le imposte il condono è di regola

di Gianni Trovati

Se il decreto Sviluppo o la legge di stabilità imbarcheranno qualche forma di condono, non si potrà gridare di stupore. Basta una scorsa agli annali della storia recente per vedere che gli anni in cui il pagamento delle tasse ha rappresentato un obbligo privo di scorciatoie e alternative sono stati un'eccezione. Dal 1900 a oggi, calcola la Corte dei conti, sono stati messi in fila 58 condoni, uno ogni meno di due anni, e tra il 1977 e il 2002, l'ondata di misure perdonistiche sul fronte fiscale seguite alla riforma (con condono, naturalmente) del 1973 hanno coperto 21 anni su 26, cioè l'80% del periodo: con un record nel 1997, l'anno dei due condoni, interessato sia dal concordato preventivo sia dal condono tombale del 2002. Proprio il maxi-condono del 2002 primeggia nei pensieri degli amanti dei guinness. Record di durata (grazie alla proroga coprì sei anni invece dei soliti cinque); di generosità (bastava pagare la prima rata e il perdono risultava efficace); di controversie, fino alla bocciatura della parte sull'Iva pronunciata dalla Corte europea nel 2008; di accertamenti ex post, visto che l'ultima finanziaria permette all'agenzia di andare a caccia del gettito che si è perso per strada anche nel 2012, con la possibilità di controlli in caso di omessa dichiarazione fino al 2000, 12 anni prima. Sul versante previdenziale, le sanatorie generali e settoriali sono state un diluvio, con il risultato che tra 1977 e 2002 una corsia preferenziale per fare pace con lo Stato non è mai mancata.

Oltre alle numerose repliche, il problema è anche il peggioramento della "qualità" dei condoni, evidenziata anche dalla Corte dei conti nell'ultima relazione dedicata al tema. In genere, scrivono i magistrati contabili, «le scelte di politica fiscale dirette a "chiudere" con il passato» possono essere giustificate «in concomitanza con il varo di riforme fiscali profondamente innovative». Successe così in occasione del condono del 1973, arrivato a braccetto della riforma Visentini, come in quello del 1991, messo in piedi mentre si aboliva il segreto bancario, nasceva il redditometro e venivano riscritte le regole del contenzioso.

Nulla di tutto ciò avvenne nel 2002, quando la riforma fiscale che accompagnava la sanatoria tombale era solo promessa da una legge delega in cui fecero la loro prima comparsa le aliquote Irpef del 23% e del 33%, mai attuate. Non solo: se le ragioni "storiche" del perdono fiscale si affievoliscono, diventa unica protagonista l'esigenza di gettito a breve termine, che rende le misure sempre più attrattive nei confronti di chi vuole aderire senza preoccuparsi troppo delle riscossioni negli anni successivi.

Nacquero da qui le idee, inedite fino al 2002, di rendere efficace il perdono al pagamento della prima rata e di introdurre il «condono riservato», un salvacondotto tombale «inusitato e quanto mai censurabile» secondo i magistrati contabili. Vista l'involuzione degli strumenti, la Corte dei conti è stata chiara, e ha chiesto a Governo e amministrazione finanziaria di impegnarsi alla «definitiva rinuncia a far ricorso ai condoni tributari per ottenere aumenti di gettito nel breve termine». Ma sulle decisioni «definitive», da noi, è meglio non fare troppo affidamento.
 

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