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Per le grandi law firm il fatturato torna a crescere

Come sta cambiando il mercato delle law firm internazionali? Quali strategie sono state adottate per fronteggiare la crisi che ha colpito, dalla fine del 2008, in rapida successione la finanza e l’economia? È prevedibile anche per i grandi studi legali una concentrazione dei players globali, come per le Big Four (Deloitte, Ernst&Young, Pricewaterhouse Coopers e Kpmg), che governano il settore della revisione dei conti? A provare a rispondere a queste domande e a fornire qualche indicazione utile per orientarsi nel panorama dell'”industria legale” è Eduardo Leite, dal 2010 Chairman di Baker & McKenzie, primo studio per fatturato a livello mondiale secondo «American Lawyer Magazine», a Milano per celebrare i 50 anni di presenza in Italia della law firm fondata a Chicago nel 1949.
Dunque, come definirebbe l’attuale situazione del mercato legale internazionale?
Positiva. Con una premessa. Il rallentamento dell’economia ha determinato una contrazione delle operazioni finanziarie più redditizie per gli avvocati d’affari, da quelle di merger and acquisition a quelle legate al private equity. La conseguenza è stata un calo generalizzato, fra il 2008 e il 2009, dei fatturati degli studi fino al 40 per cento. Questo ha innescato un vortice che ha visto collassare solo negli Usa decine di studi legali a vocazione domestica. La prima reazione delle law firm internazionali, a New York come a Londra, è stata quella di abbattere i costi, apportando significativi tagli agli staff. Ma questa prima reazione istintiva non era sufficiente, evidentemente.
Qual è stata la mossa successiva?
Posso parlare, soprattutto, di quella che è stata la nostra esperienza. Baker & McKenzie ha scelto di investire in sedi alternative a quelle tradizionali, vale a dire Londra, New York, Tokyo e Francoforte. Quindi abbiamo potenziato la nostra presenza in realtà come il Brasile, la Cina, il Sudafrica e nelle più dinamiche piazze asiatiche. Inoltre, abbiamo incentivato le specializzazioni in materie meno esposte ai venti della crisi, da quelle fiscali a quelle regolatorie connesse per esempio alle normative antitrust o a quelle ambientali.
Tutto ciò con quali risultati?
Oggi le grandi law firm possono vantare fatturati in crescita del 4-5 per cento. Noi abbiamo registrato nel 2011 un aumento dei ricavi di circa l’8 per cento. Accanto a queste misure interne, si è poi innescato un processo di consolidamento. Fusioni e integrazioni importanti sono state realizzate negli ultimi due, tre anni, non solo fra strutture di matrice anglosassone, tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma anche in tutta l’area del Pacifico, dall’Australia alla Cina. In molti casi unirsi è stato indispensabile.
In altri casi però si sono messe solo insieme le debolezze.
Infatti, non penso che solo chi è “grande” si salva. La riuscita dei processi di integrazione dipende da numerosi fattori, a partire dalla capacità del managment di armonizzare le culture professionali e di non ipotecare con debiti eccessivi la redditività dell’investimento. Ci sono numerosi esempi di integrazioni fallimentari, come quella di Dewey & Leboeuf. Per questo credo che a differenza del mercato dei revisori, in quello legale fra qualche anno resteranno una ventina di player globali. Non di più, però.

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