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Per l’e-commerce «diretto» obbligatoria la richiesta dati

A partire dal 1° gennaio 2015 le operazioni cosiddette Tbes (Telecommunication, Broadcasting and Electronic Services) rese da un soggetto passivo Iva, residente in un Paese membro, a un consumatore comunitario saranno tassate nel luogo in cui il fruitore del servizio è stabilito, ha il suo domicilio oppure la residenza abituale. La modifica riguarda gli articoli 58 e seguenti della direttiva 2006/112/Ce e si riferisce alle prestazioni di servizi relative al cosiddetto commercio elettronico diretto. Si tratta di una modifica piuttosto importante per gli operatori del settore dal momento che interessa, tra gli altri, gli acquisti via web di software, Mp3, nonché le diffuse App.
Peraltro, dal momento che la novità legislativa avrebbe potuto pregiudicare gli operatori del settore costringendoli a registrarsi nei Paesi dei propri clienti, è stato introdotto il sistema del «Mini one stop shop» (Moss). Grazie a questo accorgimento gli operatori potranno versare l’imposta nel proprio Paese di origine, applicando però l’aliquota e le regole del Paese di consumo del servizio. L’opzione per questo regime può essere esercitata dal 1° ottobre 2014 (regolamento Ue 967/2012, par. 21).
La modifica normativa porterà con se, tuttavia, una penalizzante differenza di trattamento tra commercio elettronico diretto e indiretto.
Nel secondo caso, infatti, in quanto trattasi di attività assimilata alla cessione di beni, è previsto l’esonero sia dall’emissione della fattura (articolo 22 del Dpr Iva) che dalla certificazione contabile (articolo 2 del Dpr 696/96). Diversamente, per il commercio elettronico cosiddetto diretto – data la sua qualificazione, ai fini Iva, come prestazione di servizi – questi oneri dovranno continuare a essere assolti.
Nel caso di vendita di Mp3 o software vi sarebbe, dunque, l’obbligo di emettere fattura con la richiesta di informazioni alla clientela, come il codice fiscale ad esempio, non previste in caso di operazioni di commercio elettronico indiretto (ad esempio vendita di libri o scarpe). Questa disparità di trattamento finirebbe con il penalizzare sotto il profilo pratico la celerità degli acquisti (si parla peraltro di transazioni che in media presentano un prezzo decisamente modesto, si pensi al costo di un Mp3 o di una App), con il risultato che la richiesta di informazioni aggiuntive al momento di concludere la transazione online potrebbe, come provato statisticamente, scoraggiare gli acquirenti.
Peraltro l’obbligo di fatturazione non troverebbe una valida giustificazione neanche nell’esigenza di fornire elementi ulteriori di controllo per il fisco. Gli acquisti online, riferibili sia al commercio elettronico diretto che indiretto, infatti, sono già tracciati grazie al pagamento tramite carte di credito o di debito.
Sarebbe pertanto auspicabile un intervento normativo volto quantomeno a equiparare, sotto il profilo documentale, le due modalità di commercio elettronico escludendo, anche per quello diretto, l’obbligo di fatturazione. Questo intervento, oltre a evitare un’ingiustificata penalizzazione degli operatori (che dovrebbero avere a disposizione programmi gestionali differenziati a seconda del prodotto venduto online), permetterebbe di armonizzare le procedure previste in Italia con quanto auspicato a livello comunitario, ove si è comprensibilmente orientati alla semplificazione degli oneri contabili per i prestatori di servizi (si veda l’articolo 101 della legge 342/2000).

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