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Per le banche si punta al decreto unico

La determinazione del ministero dell’Economia di portare all’esame del consiglio dei ministri di venerdì prossimo un decreto legge con le misure sulle banche resta alta. La questione che ieri restava ancora aperta è capire cosa esattamente può entrare in quel decreto. Gli scenari sono destinati a cambiare in base ai contenuti.
La cornice normativa per varare l’autoriforma delle banche di credito cooperativo è ormai pronta: se si trattasse di approvare soltanto questo punto, non ci sarebbero particolari problemi a rispettare la tabella di marcia. L’esecutivo sembra, però, mantenere l’orientamento a unificare questa riforma con altre misure in unico decreto. In particolare con le disposizioni per accelerare il recupero dei crediti in sofferenza, misure che però sono strettamente collegate con il pacchetto destinato a definire la via italiana della bad bank, che fa perno sulla garanzia pubblica per la cessione dei bad loans. La cessione di questi crediti può diventare più appetibile e anche più profittevole per le banche se all’acquirente viene consentito di recuperare i crediti in tempi non eccessivamente lunghi.
Il problema delle sofferenze italiane, come è stato ricordato a Torino nel week end in occasione dell’intervento del governatore della Banca d’Italia, non è tanto nella loro entità ma nel percorso a ostacoli che ne prolunga all’infinito i tempi di recupero. Da qui le misure che il governo intende varare per accelerare quei tempi. Si tratta in buona parte di interventi che vanno a incidere sull’organizzazione dei tribunali italiani e per questo motivo devono essere coordinati con il ministero di grazia giustizia. Ma a ieri di una bozza definitiva di queste nuove norme non c’era ancora traccia.
Oggi i tempi per escutere i crediti ipotecari sono estremamente lunghi, fino a 15 anni. Le misure allo studio dovrebbe consentire di affidare le aste a soggetti anche diversi dai notai, accelerare i tempi per l’insinuazione al passivo, per la stesura delle perizie e di ridurre il ricorso alle proroghe. Il motivo per cui le disposizioni sulla bad bank e sull’accelerazione dei tempi di recupero delle sofferenze andrebbero collegati in unico testo è abbastanza evidente. Lo è meno il motivo per cui anche la riforma del credito cooperativo debba necessariamente entrare nel medesimo contenitore.
In ogni caso una maggiore chiarezza sulla possibilità o meno di sganciare i vari argomenti e portare in consiglio dei ministri provvedimenti separati si avrà nell’arco dei prossimi due giorni.
Tornando all’autoriforma delle Bcc, le nuove misure punteranno sulla costituzione di una capogruppo unica per il sistema, con una dotazione di capitale minimo tra 800 milioni e un miliardo, cui le singole banche dovranno aderire (in alternativa dovranno trasformarsi in popolari o in spa) sottoscrivendo a un patto di coesione. Questo patto dovrà fissare il livello di autonomia delle singole banche, che sarà inversamente proporzionale al loro indice di rischiosità.
La capogruppo potrà avere potere di veto sulla nomina di uno o più amministratori se la banca non garantisce una sana e prudente gestione. Il controllo della holding dovrebbe essere affidato per almeno il 51% alle stesse Bcc, anche se la nuova banca capogruppo nascerà con il 100% delle azioni in mano al sistema e potrà aprire il capitale al mercato se si renderà necessario reperire risorse.
Alla holding dovrebbe inoltre essere riconosciuto un potere di vigilanza ai fini prudenziali (fatta salva la possibilità della Banca d’Italia di eseguire ispezioni nelle singole banche), oltre che un ruolo di indirizzo e di coordinamento.

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