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Per la Tasi date ancora «libere»

Con il via libera al Senato del decreto Irpef diventa praticamente definitivo il nuovo calendario della Tasi, che sarà rafforzato oggi da un decreto legge “parallelo” in cui si riproduce l’emendamento approvato in commissione e inserito nel maxi-emendamento votato ieri. Oggi, quindi, le regole nazionali impongono il pagamento dell’acconto Tasi solo nei 2.181 Comuni (un quarto del totale, in larga parte al Nord; si veda anche Il Sole 24 Ore del 1° giugno) che hanno deliberato le aliquote entro il 23 maggio, e rimandano la scadenza al 16 ottobre negli altri Comuni: se le delibere mancheranno all’appello anche il 10 settembre prossimo, si pagherà ad aliquota standard (1 per mille senza detrazioni) ma stando attenti, sugli immobili diversi dall’abitazione principale, a non superare il tetto massimo del 10,6 per mille nella somma di Imu e Tasi. Una “soluzione”, questa, che impone ai contribuenti di calcolarsi da soli l’acconto standard sugli altri immobili a seconda dell’aliquota Imu comunale, e che nel caso di abitazioni principali rischia di far versare soldi non dovuti se il Comune dovesse poi decidere detrazioni.
In ogni caso, il calendario nazionale continua a essere “smentito” dalle delibere di molti Comuni. A Bari si è deciso di rimandare tutto al 16 dicembre, ad Ancona l’appuntamento è stato fissato al 16 settembre, a Venezia si è scelto il 21 luglio, in altri Comuni il 16 luglio oppure date ancora diverse. Che cosa succede in questi casi? Nella gerarchia delle fonti, ovviamente la legge nazionale “supera” la delibera del consiglio comunale (tanto più che il «salva-Roma» ter e il decreto Irpef sono intervenuti a cancellare la “libertà di data” prima concessa ai Comuni dalla legge di stabilità. In generale, però, i Comuni possono richiamarsi alla loro «autonomia impositiva» (articolo 52 del Dlgs 446/1997), che non è stata espressamente limitata dalle regole sulla Tasi e può sostenere decisioni considerate “a favore” dei contribuenti.
Più delle discussioni in punta di diritto, però, ai contribuenti alle prese con il dedalo delle regole sul nuovo tributo è utile fare qualche considerazione “pratica”.
A differenza dell’Imu, che sugli immobili di categoria D “gira” ancora allo Stato il gettito prodotto dall’aliquota standard, la Tasi è un’entrata solo comunale, per cui il mancato incasso impatta esclusivamente sulle casse locali; e se il Comune, pur avendo già deliberato le aliquote, ha deciso una data successiva rispetto al 16 giugno, difficilmente contesterà il mancato pagamento a chi aspetta la data indicata dalla delibera locale per presentarsi alla cassa. Insomma, oltre alle aliquote è il caso che contribuenti e professionisti cerchino nelle delibere anche le date decise dai diversi Comuni, perché la libertà di data prevista dalla legge di stabilità 2014 ha ormai prodotto i propri effetti e le regole nazionali non sembrano in grado di cancellarli.
Nel frattempo, le risposte alle «domande frequenti» diffuse mercoledì dal dipartimento Finanze (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) hanno chiarito diverse importanti questioni interpretative, ma rimangono ancora nodi da sciogliere. Uno, molto diffuso, riguarda l’individuazione del soggetto passivo della Tasi in presenza del nudo proprietario e dell’usufruttuario. Sul punto va detto che, diversamente dall’Imu, manca nella disciplina della Tasi l’elenco dei soggetti passivi. Il problema può essere affrontato attraverso la norma sulla detenzione temporanea (comma 673 legge 147/13), che non fa riferimento al nudo proprietario ma al possessore “a titolo di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e superficie”. Pertanto, tra i due soggetti, paga la Tasi solo l’usufruttuario.

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