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“Per la ripresa più forza alla produzione”

Per consolidare la ripresa diventa «fondamentale dare forza al nostro apparato produttivo». Siamo ancora il secondo sistema industriale d’Europa ma usciamo dalla crisi con molte perdite, abbiamo perso capacità produttiva. Il Governo perciò – spiega il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan (foto) – «è convinto che per agganciare in modo stabile la ripresa serva un sostegno forte agli investimenti produttivi». Un sostegno che passa anche attraverso il «rilancio del credito» e quindi attraverso la possibilità di «liberare il sistema bancario italiano dal peso dei crediti non performanti».

Il giorno dopo le Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia e alla vigilia dell’Assemblea di Confindustria che si terrà oggi all’Expo, simbolicamente nel cuore del Made in Italy, è il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, a riflettere sulle strategie da mettere in campo per dare forza alla ripresa. Il rilancio della vocazione produttiva italiana viene allora messo in primo piano, nella consapevolezza che solo attraverso la forza storica dell’industria e della produzione di beni l’Italia potrà tornare stabilmente a creare posti di lavoro e sviluppo. 

«È la vera sfida che arriva adesso», spiega il ministro. «Come governo vogliamo fare una politica forte per sostenere gli investimenti e l’innovazione». Martedì, nelle sue Considerazioni finali, Visco aveva parlato del «contesto in cui è condotta l’attività economica» che frena gli investimenti delle imprese e zavorra la loro competitività. «La complessità del quadro normativo, la scarsa efficienza delle procedure e delle azioni delle amministrazioni pubbliche, i ritardi della giustizia, le carenze nel sistema dell’istruzione e della formazione frenano lo spostamento di risorse produttive verso le aziende più efficienti», aveva sottolineato Visco, non senza evidenziare che c’è una parte del sistema di impresa che, nonostante tutto questo, esporta e innova conquistando continuamente nuovi segmenti di mercato.
L’obiettivo, dice Padoan, è quello di «allargare la quota di queste imprese, favorire la crescita dimensionale, dare incentivi a chi innova». Perché ciò avvenga bisogna però rendere più favorevole quel contesto ed «è quello che stiamo cercando di fare con le riforme cosiddette strutturali, dal lavoro al fisco, i cui ultimi decreti saranno varati dal governo entro giugno, in modo da portare a termine il percorso della riforma fiscale entro settembre. Eppoi c’è tutto il pacchetto di misure del decreto Sviluppo e dell’Investment compact, che sarà ulteriormente arricchito, proprio per favorire la crescita delle Pmi».
Ma per dare più forza al sistema produttivo, e uscire quindi stabilmente dalla crisi, Padoan sa bene che va sciolto il nodo del credito, dei finanziamenti che faticano ancora ad affluire alle imprese da un sistema bancario soffocato dalle sofferenze. Visco nelle sue Considerazioni aveva lanciato l’allarme di una massa di sofferenze e prestiti deteriorati che ha raggiunto il 18 per cento del totale (prima della crisi si era al 6 per cento) e aveva sollecitato l’Europa a una minore rigidità nel considerare eventuali interventi pubblici. Il ministro dell’Economia, per tradizione istituzionale, non commenta le parole del Governatore, ma Padoan non può non aver apprezzato quelle sollecitazioni, proprio mentre il suo ministero è impegnato in un confronto non facile con Bruxelles su questi temi.
«Liberare le banche dal peso dei crediti deteriorati – dice il ministro – è un imperativo per consolidare la crescita. Si può fare in vari modi. Noi stiamo lavorando a una via italiana e dobbiamo concordarla con l’Unione europea». Altri Paesi sono intervenuti in passato in modo molto diretto, ma lo hanno potuto fare perché non c’era ancora l’Unione bancaria e le regole che la caratterizzano. Per l’Italia la strada si è fatta ora più stretta. La convinzione del ministro, però, è che si possa trovare un percorso efficace all’interno delle regole europee. «Innanzitutto stiamo lavorando, anche con il ministro della Giustizia, ad accorciare i tempi del recupero crediti attraverso procedure concorsuali. Da qui già può venire una bella spinta».
Ma il lavoro che si sta portando avanti con l’Unione europea riguarda più direttamente il ruolo pubblico nell’attivare un mercato dei prestiti deteriorati. «Stiamo valutando meccanismi light, che coinvolgano una presenza pubblica solo in forme di garanzia, eventuali forme di garanzia». Nel confronto con Bruxelles su questo «sono in discussione due aspetti: la dimensione micro, cioè la valutazione se l’intervento in relazione a una singola banca si configuri come aiuto di Stato; e una macro, che riguarda l’obiettivo di rimettere in moto il credito bancario più in generale». Sulla seconda – spiega Padoan – da parte «dei nostri interlocutori della Commissione c’è piena consapevolezza che il sistema debba tornare alla sua normalità, sulla prima c’è qualche problematicità in più». Allo stato, comunque, il confronto procede a livello tecnico, ma è evidente che poi alla fine servirà un accordo politico, che non può non tenere conto di quell’aspetto sistemico più generale.
Un terzo intervento, che fa parte del pacchetto “bad bank”, è quello del trattamento fiscale delle perdite sui crediti. Su questo è in corso, racconta Padoan, uno scambio di informazioni con la Ue riguardo ai crediti di imposta accumulati dalle banche: prima le perdite erano deducibili in 18 anni, con la legge di stabilità per il 2014 siamo passati a cinque anni. Bruxelles la considera ancora una penalizzazione per le banche italiane.
Creare un contesto più favorevole all’attività di impresa significa anche superare limiti infrastrutturali ormai storici, figli di una politica di investimenti che si è via via resa più asfittica negli anni in cui bisognava contenere la spesa pubblica, ma non si aveva la forza di incidere sulla spesa corrente improduttiva. «Sostenere l’innovazione significa per esempio creare una infrastruttura fondamentale per la competitività delle imprese, oltre che per i cittadini, come la banda larga. Siamo agli ultimi posti nel mondo sviluppato su queste reti». Il ministro si sottrae alla discussione su quale sia il soggetto che debba guidare e governare la nuova rete, non entra nel merito di una possibile invadenza pubblica attraverso la Cassa depositi e prestiti, ma sottolinea l’esigenza del Governo di realizzare al più presto la nuova infrastruttura, «proprio per migliorare l’ambiente in cui gli imprenditori italiani, ma anche quelli che vogliono investire dall’estero, si trovano ad operare».

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