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Per il trasferimento di sede vale la legge del Paese che accoglie

Se solo qualche anno fa il trasferimento della sede di una società da uno Stato ad altro Stato era una evenienza assai rara, attualmente, invece, è un caso che si presenta con una certa frequenza, per svariate ragioni. Le principali: il rimpatrio in Italia di strutture societarie legittimamente allocate in altri Paesi, alla ricerca di risparmi fiscali non più ottenibili; oppure il rientro in Italia di società ed enti illegalmente posizionati all’estero e svelati al fisco italiano nell’ambito di istanze di voluntary disclosure; oppure ancora, l’uscita dall’Italia di imprese che vanno alla ricerca di un posizionamento territoriale ritenuto migliore per lo svolgimento della propria attività (per ragioni fiscali, di costo del lavoro, di approvvigionamento di materia prima, di nuovi sbocchi di mercato eccetera).
Si tratta di un ambito che manca di regole chiare e di prassi consolidate, vuoi perché il trasferimento della sede necessariamente impatta con la legislazione di due ordinamenti (quella del Paese di “decollo” e quella del Paese di “atterraggio”), vuoi perché i legislatori nazionali hanno sempre avuto una naturale ritrosia a lasciar partire le “proprie” società e ad accogliere le società straniere. Ad aiutare gli operatori professionali in questa complicata materia giunge uno studio del Consiglio nazionale del Notariato (n. 283-2015/I, si veda la notizia sul Sole 24 Ore del 23 febbraio scorso, giorno di divulgazione dello studio) che permette di fare chiarezza su numerosi aspetti controversi.
Dall’Italia all’estero
Per trasferire la sede di una società dall’Italia all’estero occorrono due pre-condizioni: che la legge italiana consenta l’adozione di questa decisione e che lo Stato di atterraggio accetti di recepire un trasferimento di sede di una società straniera (italiana, nella fattispecie). Sul tema del “decollo” dall’Italia, nessun problema, poiché la nostra legislazione non pone limiti (e, anzi, detta regole, come quelle di cui agli articoli 2369, comma 5, 2437 e 2473 del Codice civile) al trasferimento all’estero della sede di una società “tricolore”.
Se si trattasse di un trasferimento di sede intra-Ue, la legge italiana (come quella di ogni altro Paese dell’Unione) invero nemmeno potrebbe porre limiti al decollo, e ciò in dipendenza del principio di libertà di stabilimento sancito dagli articoli 49 e 54 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Nello Stato di “atterraggio”, se non si tratta di un Paese Ue, potrebbe peraltro essere vigente una legge che impedisca l’installazione di società straniere: in tal caso, per effettuare il trasferimento dell’impresa occorrerebbe sciogliere la società nel Paese d’origine e costituirla nuovamente nel Paese di atterraggio.
Se, invece, lo Stato di destinazione consenta il trasferimento della sede di una società straniera, si possono avere due casi: uno, più raro, nel quale la legislazione locale permette alla società “atterrata”, che lo desideri, di rimanere regolata dalla legge del Paese di “decollo”; l’altro, più ricorrente, nel quale la società trasferita è obbligata ad assumere una forma giuridica consona a una di quelle vigenti nello Stato di “atterraggio”. Qualora, in particolare, vi sia un trasferimento di sede intra-Ue, lo Stato di destinazione non può impedire il trasferimento di sede da altro Paese Ue; può solo pretendere che la società trasferita adegui il suo ordinamento alla legislazione del Paese di destinazione.
Dall’estero in Italia
Se la legislazione dello Stato di “decollo” non impedisce che una società possa trasferire la propria sede all’estero (e quindi anche in Italia), la legge italiana, dal canto suo, non impedisce questo trasferimento (articolo 25, comma 3, legge 218/1995). Tuttavia, la legge italiana pretende, come condizione per l’”atterraggio”, che la società straniera si rivesta di una delle forme giuridiche vigenti nel nostro ordinamento (articolo 25, comma 1, legge 218/1995). Non è dunque consentito il trasferimento in Italia di una società straniera se questa voglia mantenersi regolata dalla legge vigente nel Paese ove essa è stata costituita.
Quest’ultima osservazione vale tanto nel caso in cui il trasferimento di sede avvenga intra-Ue che extra-Ue. In altre parole: se è vero che uno Stato Ue non può impedire il “decollo” a società del proprio ordinamento verso un altro Stato Ue; e se è vero che uno Stato Ue non può impedire l’”atterraggio” di società proveniente da altro Stato Ue che accetti di assoggettarsi alla legislazione dello Stato Ue di “atterraggio”; è, però, lecito che lo Stato Ue di “atterraggio” consenta il trasferimento della sede di una società proveniente da altro Stato Ue solo se quest’ultima abbandoni il proprio status giuridico per assumere una forma giuridica consona a quelle vigenti nello Stato di “atterraggio”.

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