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Per i mercati il faro resta il Qe della Bce

La reazione dei mercati ad eventi traumatici come guerre o attentati terroristici è in genere improntata all’avversione al rischio. E questo è in parte è stato l’orientamento degli investitori anche ieri, prima giornata di scambi dopo i drammatici attacchi degli estremisti islamici che hanno insanguinato Parigi. Lo dimostra il rafforzamento dell’oro o di una “valuta rifugio” come lo yen giapponese ad esempio. Il saldo finale degli indici di Borsa in Europa (vedi l’articolo nella pagina a fianco) non è stato però così drammatico come qualcuno aveva forse temuto nei giorni scorsi.
Difficile fare una stima oggi di quale potrebbe essere l’impatto che questa nuova minaccia terroristica ma di certo le implicazioni, a vari livelli, sono notevoli e gli investitori, volenti o nolenti, dovranno farci i conti. Oliver Adler e Joe Prendergast, rispettivamente capo della ricerca economica e dell’analisi dei mercati finanziari di Credit Suisse, in un report diffuso ieri mettevano in primo piano soprattutto «l’impatto geopolitico» della strage ipotizzando «conseguenze più contenute per l’economia». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Francesco Garzarelli, capo della ricerca “macro” per l’Europa di Goldman Sachs che, in una nota ai clienti, ieri ipotizzava un «impatto transitorio» per il turismo e il settore delle vendite al dettaglio in Francia. Altra conseguenza probabile con cui fare i conti è il prevedibile incremento della spesa militare. In Francia ma non solo. L’incremento dei budget per la difesa da parte degli Stati europei è una notizia che di certo farà felici gli azionisti di Airbus, Bae System, Finmeccanica ed altre aziende del comparto difesa, ieri non a caso premiate dalla Borsa. Ma certo non bisogna trascurare il risvolto della medaglia. E cioè il rischio che, alla luce degli stringenti vincoli di bilancio comunitari, questo incremento delle spese militari si accompagni a tagli ad altri capitoli di spesa dall’impatto sul Pil forse più importante.
C’è infine tutto il capitolo dei riflessi di politica interna, in Francia e nel resto d’Europa, degli attentati terroristici che hanno insanguinato Parigi. Sempre Garzarelli segnala che sul tema della sicurezza e dell’immigrazione si giocherà inevitabilmente una parte decisiva della campagna elettorale per le presidenziali francesi del 2017. Un tema su cui l’estrema destra di del Front National guidato da Marine Le Pen, da sempre intransigente su questi argomenti, potrebbe catalizzare una fetta importante del consenso. In che misura non è ancora dato sapere ma di certo gli investitori nei prossimi mesi dovranno fare inevitabilmente i conti con l’incognita di una vittoria di una forza antieuropeista di estrema destra nella seconda economia del Continente.
Lasciando da parte tutti i “se” e dando per scontato che questo mutato contesto condizionerà inevitabilmente in senso attendista l’orientamento degli investitori nei prossimi mesi per i mercati una certezza resta: la Bce. Le aspettative per un ampliamento delle misure espansive da parte dell’Eurotower hanno fondamenta piuttosto solide e gli attentati di Parigi, con tutte le incognite geopolitiche del caso, se possibile offrono argomentazioni in più alla Bce per agire al prossimo direttivo di dicembre annunciando, come da attese, una nuova sforbiciata ai tassi sui depositi e un ampliamento del Quantitative easing. Un mix di misure che servono a fronteggiare una minaccia tornata a riproporsi in Europa e nel resto del mondo: quella della deflazione.
Nonostante sei mesi di Quantitative easing della Bce a settembre l’indice dei prezzi al consumo nell’area euro è tornato a scendere (-0,1%), mentre ieri Eurostat ha rivisto al rialzo (+0,1%) il dato di ottobre. Giovedì, nel corso di un’audizione all’Europarlamento, il presidente della Bce Mario Draghi ha ammesso che che ci vorrà più tempo del previsto perché l’indice dei prezzi al consumo torni sui livelli ottimali (sotto ma vicino al 2%). La partita d’altronde è tuttaltro che facile. Specialmente in un contesto globale in cui le spinte deflazionistiche sono fortissime. In particolare quella derivante dalla svalutazione delle materie prime e delle monete dei Paesi emergenti.

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