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Per i giudici responsabilità «soft»

Smorza le preoccupazioni il primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce: la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati non condurrà ad abusi. A riprova c’è la prima pronuncia della Cassazione sulla materia che ha chiuso la porta a possibili utilizzi strumentali della riforma. Santacroce è intervenuto ieri al Salone della giustizia nell’ambito di un incontro organizzato dal Csm dedicato a un’analisi comparativa della diverse forme di responsabilità messe a carico della magistratura in alcuni dei principali ordinamenti giuridici occidentali.
Santacroce ha sottolineato come anche la nuova versione della Legge Vassalli non deve allarmare i magistrati, «la sua applicazione tocca sempre all’autorità giudiziaria». E, a primo esempio, della capacità dei giudici di sterilizzare gli effetti distorsivi della riforma ha citato la sentenza della Cassazione che ha considerato, in linea peraltro con i precedenti, non automatica la sostituzione di un magistrato fatto oggetto di un’azione di responsabilità. Inoltre, ha avvertito Santacroce, lo stesso travisamento del fatto o delle prove, che molto ha fatto discutere come possibile leva per scardinare uno dei punti fermi dell’attività giurisdizionale, l’irresponsabilità nell’interpretazione delle norme, si può configurare solo in caso di dolo, con un argine chiaro rispetto a possibili forzature.
Niccolò Zanon, giudice della Corte costituzionale, ha invece sottolineato, tra l’altro, le altre forme di responsabilità cui è tenuto il magistrato. A partire da quelle che chiamano in causa direttamente il Csm, ed è il caso delle misure disciplinari e dei criteri da seguire per quanto riguarda le valutazioni periodiche sulla professionalità magistrati ai fini degli avanzamenti in carriera.
L’altro tema di giornata affrontato al Salone è quello del rapporto tra diritto ed economia, profilo non nuovo, ma che, dopo l’intervento del ministero della Giustizia Andrea Orlando martedì, è stato discusso ieri con un interlocutore a suo modo “particolare”: l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia John Philips. Philips, senza molti eufemismi, ha spiegato che parte della sua missione è anche creare opportunità di investimento in Italia per le imprese americane, opportunità che però restano molto al di sotto di un potenziale che pure esiste.
E a giocare contro ci sono due elementi che Philips ha messo in evidenza: la lentezza della giustizia civile e la paura della corruzione. Sulla lentezza l’ambasciatore ha evocato due precedenti dalla recente storia giudiziaria americana: la California, il cui Parlamento approvò una legge che prevedeva di non pagare i magistrati in ritardo nella formulazione dei provvedimenti giudiziari e la decisione delle corti federali di rendere pubblici i registri dei provvedimenti, svelando in questo modo i giudici più efficienti e quelli più negligenti.
Semaforo verde da Philips alle misure approvate di recente per favorire l’utilizzo delle soluzioni alternative delle controversie, segnatamente mediazioni e arbitrati. Negli Stati Uniti, ha ricordato l’ambasciatore, il grado di soddisfazione delle parti che hanno fatto ricorso alla conciliazione è superiore a chi ha puntato sulla via gidiziaria.

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