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Per i fondi Ue nel Piano cofinanziamenti fuori deficit

Nell’architettura del Piano Juncker entreranno anche i fondi strutturali europei. Non ci sarà un coinvolgimento diretto ma costituiscono lo strumento per spingere gli stati membri a contribuire alla maxi-operazione che vuole ttivare 300 miliardi di investimenti. Per capire la reale portata del piano Juncker, che sarà approvato questo pomeriggio dalla Commissione Ue a Strasburgo, bisognerà comunque aspettare l’inizio del 2015, quando si conosceranno i progetti selezionati tra quelli inviati dagli stati membri e finanziabili con gli strumenti attivati con la cosiddetta “Bei2” , una sorta di fondo di garanzia a cui è affidato il compito di sviluppare un possente effetto-leva, fino appunto a 300 miliardi.
Quello che ormai è certo è che la dotazione del piano non prevede vere e proprie risorse aggiuntive dal bilancio comunitario per la crescita. Del resto sarebbe un’operazione davvero complessa da realizzare, sia politicamente che tecnicamente. Al bilancio Ue il piano attingerà per ampliare la dotazione di garanzia utilizzando la voce “margini” che per il periodo 2014-2020 non supera i 5 miliardi di euro. Si tratta della differenza tra gli stanziamenti di pagamento iscritti in bilancio e il massimale annuo di pagamento previsto proprio per creare un margine di manovra “in caso di necessità impreviste ed emergenze”. Soldi, dunque, che non possono essere spesi ma solo utilizzati come garanzia. Il resto della dotazione, che complessivamente non dovrebbe andare oltre i 40 miliardi di euro (si veda Il Sole 24 ore del 18 novembre) arriverà dalla Bei, attraverso una ricapitalizzazione e/o risorse proprie.
I fondi strutturali, secondo le anticipazioni trapelate da fonti comunitarie, restano invece nelle disponibilità delle regioni, alle prese con i programmi operativi. Nel piano Juncker, però, gli Stati membri sono “sollecitati” a favorire un uso diverso rispetto al passato: «Più prestiti e meno sussidi» sintetizza una fonte. Questo dovrebbe avvenire sempre attraverso la Bei che già gestisce due programmi di questo tipo, Jessica e Jeremie, rispettivamente per lo sviluppo urbano e per le Pmi. In pratica, anziché dare aiuti a fondo perduto, le regioni e gli stati membri conferirebbero una parte delle risorse europee al Piano per costruire strumenti di finanziamento. In cambio otterrebbero l’esclusione dei cofinanziamenti nazionali dal calcolo del deficit, come l’Italia chiede da almeno tre anni.
Nessun obbligo, dunque, ma una concreta moral suasion che probabilmente non dispiace alla Germania di Angela Merkel che spinge per “contrattualizzare” i fondi strutturali, vincolandoli a veri e propri progetti comunitari, invece che agli 11 obiettivi tematici previsti oggi che poi ogni stato declina nell’accordo di partenariato e ogni regione nei programmi operativi.
Nei giorni scorsi la commissaria alle Politiche regionali, Corina Cretu, aveva anticipato che «la politica di coesione darà un importante contributo al Piano Juncker», senza fornire altri dettagli. Ciò è bastato per mandare in fibrillazione le regioni, che attraverso il Comitato delle Regioni, hanno espresso le proprie preoccupazioni dettate dal fatto che una scelta del genere rischia di escluderle dal controllo sui fondi europei. Ma la partita a questo punto diventa nazionale: ogni paese deciderà se e quanto impegnarsi. Ciò che sembra assodato è che i 300 miliardi non saranno divisi in “quote nazionali” ma le risorse saranno attribuite in funzione del valore intrinseco dei progetti (“eccellenze”) cioé della loro efficacia. E questa sarà, ora, la parte più impegnativa.
I dettagli del Piano saranno illustrati domani mattina all’Europarlamento da Juncker e dal suo vice Katainen, insieme al presidente della Bei, Hoyer. Dalle 10 tutto il materiale sarà online.

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