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Per i corporate bond altri sei mesi di crescita

Fare banca e fare prestiti, un tempo sinonimi, stanno diventando due lavori diversi? I segnali in questo senso si moltiplicano, al di qua e al di là dell’oceano. In Europa la profonda trasformazione del business bancario, con tutte le difficoltà che derivano dalle condizioni critiche dell’economia, sta funzionando da motore per il cambiamento del mercato dei capitali.
La progressiva chiusura del rubinetto dei crediti, da un lato, e la necessità di risorse fresche per le imprese dall’altro, avvicinano sempre più l’Europa agli Stati Uniti. I due mercati, fino a ieri lontani per caratteristiche e abitudini, tendono a diventare più simili.
«Il mercato delle obbligazioni corporate è oggi in piena mutazione – spiega Didier Le Menestrel, presidente di Financière de l’Echiquier – in Francia e in Europa e, con i bilanci delle banche che crollano sempre più, recupera gradualmente il ritardo accumulato rispetto a quello statunitense, che finanzia più di due terzi del fabbisogno delle aziende».
Naturalmente la questione è complessa e sarebbe un errore ridurre tutto a una mera questione di buona volontà o di stili manageriali di gestione. Un peso rilevante in queste trasformazioni dello scenario spetta alle regolamentazioni internazionali, che in nome della prudenzialità tendono a diminuire la capacità di erogazione dei singoli istituti. In tempi di crisi, interessi dei depositanti, interessi di sistema e interessi di chi cerca risorse risultano talora in contrasto e la ricerca di un punto di equilibrio può creare qualche scontento.
Va però segnalata un’importante presa d’atto di questa condizione di impasse: nei giorni scorsi è stato raggiunto un accordo tra G27 e Comitato di Basilea per rendere più graduale l’adozione da parte delle banche dei nuovi livelli di riserve minime obbligatorie, con termini temporali spostati al 2019. «Un approccio più realistico», ha commentato il governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, con un occhio alle difficoltà della congiuntura.
L’evoluzione dei mercati del credito rappresenta comunque una questione complessa da valutare, per quanto attiene le conseguenze a largo raggio. Tuttavia, dal punto di vista dei risparmiatori con liquidità da impiegare, c’è un aspetto favorevole, almeno da un punto di vista teorico. Se le società che hanno bisogno di risorse fresche – quelle più grandi e conosciute – si rivolgono direttamente al mercato attraverso l’emissione di bond, questo per gli investitori privati significa più possibilità di scelta e maggiori opportunità.
In uno scenario di tassi già bassi e nei prossimi mesi forse ancora più compressi, una crescita del numero e del tipo di emittenti potrebbe offrire una soluzione al dilemma di oggi: chi cerca un rendimento reale (cioè superiore al tasso di inflazione) si trova a dover allungare notevolmente le scadenze, oppure a valicare la frontiera dei bond investment grade, con tutte le conseguenze in termini di rischio che ciò comporta.
Questo percorso di avvicinamento tra Europa e Stati Uniti, inoltre, restituisce centralità a soggetti che l’avevano persa: «I mercati – riprende infatti Le Menestrel -, totalmente screditati dopo la crisi finanziaria, ritrovano oggi un ruolo essenziale: fare da trait d’union tra chi finanzia e coloro che chiedono un prestito».
Fin qui la teoria. Ma quali saranno le condizioni di mercato nel settore corporate bond con le quali ci si dovrà confrontare nei prossimi mesi? «La crescita continuerà a essere debole – risponde Matthew Eagan, portfolio manager di Loomies, Sayles & Company -, i tassi di interesse resteranno bassi e buona parte del mercato del reddito fisso ha ormai raggiunto valutazioni congrue. Penso che nel 2013 le opportunità migliori si troveranno nei mercati dei corporate bond e delle obbligazioni dei Paesi emergenti. Tra i titoli societari le occasioni più interessanti si trovano giusto nel mezzo, cioè nell’area di rating con tripla, doppia e singola B. È vero che i corporate bond hanno già corso parecchio e che oggi sono valutati più correttamente rispetto a qualche mese fa, ma certamente restano attraenti dal punto di vista del rendimento assoluto».
«Sta crescendo la pressione sugli investitori, perché abbandonino la liquidità e mettano a frutto il loro capitale improduttivo – conferma Christophe Bernard, chief strategist del Gruppo Vontobel – approfittando della diminuzione di volatilità e della solida performance degli asset cosiddetti rischiosi. I bond societari ad alto rischio e le obbligazioni dei Paesi emergenti hanno performato bene durante il 2012 e dovrebbero continuare a farlo nella prima parte di quest’anno».
«L’operato delle Banche centrali costituisce una vera e propria rete di sicurezza per gli attivi di rischio – concludono gli esperti di Union Bancaire Privée – e fa ben sperare per gli investimenti finanziari nel 2013. Nel comparto obbligazionario, consigliamo di preferire le obbligazioni societarie, che celano ancora un potenziale di riduzione degli spread in considerazione dell’attesa ripresa dell’attività economica e dei risanati bilanci societari. Sono particolarmente interessanti i bond convertibili: i loro rendimenti sono spesso superiori a quelli delle obbligazioni governative con lo stesso rating, pertanto l’opzione di conversione sembra sottovalutata dai mercati».

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