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Per i consumi una ripresa lenta

Avanti slow, a piccoli passi. Dall’inizio della crisi le famiglie italiane hanno perso 2.600 euro di reddito. Ma nel 2015 ne hanno recuperati 220 con una crescita del potere di acquisto dell’1,5% . 
Lo afferma il rapporto Coop 2015, presentato ieri a Milano, che traccia un profilo di come sono cambiati abitudini e consumi delle famiglie italiane verso una sobrietà più “intelligente”.
I dati
Secondo il rapporto, la recessione è finita, è costata lacrime e sangue alle famiglie, che hanno lasciato sul piatto ,dal 2007 a oggi, 122 miliardi di euro (47 miliardi di minori risparmi e 75 di minori consumi). Ma in 8 anni, il tasso di risparmio delle famiglie è risalito al 9,2% (rispetto all’8,6% del 2014). A sostenere il potere d’acquisto, soprattutto, la deflazione. Perché, dal 2011, in termini nominali, le retribuzioni sono cresciute dell’1% annuo ma scese dello 0,5% al netto dell’inflazione.
Ripartono i beni durevoli (si torna a cambiare la lavatrice, il frigo o l’auto, dopo anni): dal 2013, +7%. Ma nel 2014, sul 2013, si è speso di più per sanità (2%), tempo libero (+1,9%) e istruzione (+1,3%). Non sulla spesa alimentare (0,1%) o sull’abbigliamento (0,2%).
Ma l’Italia è bipolare e schizzofrenica: tra Trento e Calabria corrono più di 1000 euro di differenza nella spesa mensile. Mentre gli under 35 spendono, in media, 100 euro in meno al mese degli over 65 .
Un quadro che si riflette sulla Grande distribuzione.
Da gennaio ad agosto di quest’anno le vendite della grande distribuzione in Italia sono positive a valore (+0,7%) e piatte a voulme (-0,1%). Qualche beneficio lo hanno dato bevande e gelati. Ma scendono ancora i ricavi degli ipermercati (-3,4%) mentre crescono supermercati (+1%), discount (+1,1%) e specializzati (+1,9%).
La Coop ha scelto una politica di pricing molto aggressiva, con prezzi in deflazione (-1,5%) che hanno ridotto levendite a valore (-0,4%) ma aumentato i volumi (+1,1%) e il proprio “Private label” (+2,2%).
Luci e ombre. Che però fanno emergere come la spesa al carrello diminuisca nonostante una clamorosa flessione dei prezzi al dettaglio operata da tutti i marchi della grande distribuzione.
«Pensiamo che gli 80 euro siano stati fondamentali in un momento di recessione per fermare la crisi – ha affermato Marco Pedroni, presidente di Coop Italia – oggi ci vogliono altre manovre e altre prospettive per recuperare i punti persi».
Tra le nubi all’orizzonte, un possibile ritocco alle aliquote Iva. «La cosa fondamentale – ha sottolineato Pedroni – è sostenere la domanda interna e non tassare i beni di largo consumo. Per questo l’Iva è davvero importante non toccarla», mentre occorre anche «una politica fiscale a favore delle classi più deboli per sostenere i consumi delle famiglie e la domanda interna. Il rischio che noi vediamo è che senza queste scelte quando si fermerà la caduta del prezzo del petrolio o se l’euro dovesse recuperare terreno sulle altre valute si fermi la componente di export che ha sostenuto sinora la ripresa». Infine, ha chiesto Stefano Bassi neo presidente Ancc-Coop , «il Parlamento disciplini una legge contro gli sprechi alimentari».
Ma Coop spinge anche l’acceleratore oltreconfine. Dopo l’adesione, da gennaio scorso, alla centrale cooperativa europea di Coopernic da 130 miliardi di euro, assieme al gruppo francese E. Leclerc e a quello belga Delhaize (cui quest’estate si sono aggiunti i tedeschi di Rewe), Coop ha da qualche mese anche messo un piede in Cina.
Coop in Cina
Da giugno, Coop ha messo un piede sugli scaffali cinesi. Avviata, nel Paese, la distribuzione di 700 prodotti a marchio coop all’interno dei negozi della catena ParknShop, con la costituzione di una società cinese, ItalMenu Ltd, di proprietà italiana. «L’obiettivo – ha detto Pedroni – è di accompagnare le nostre Pmi produttrici verso nuovi mercati, anche aiutandole a riadattare il prodotto in funzione di un nuovo mercato». Accordi con partners misti o locali sono anche in corso per partire, dal 2016, con progetti analoghi a Dubai e negli Emirati arabi. Ma anche negli Usa e in Australia.

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