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Per gli Stati gettito da 80 miliardi l’Italia ne incasserebbe almeno 2,7

Sarà un accordo «storico », come l’hanno definito i firmatari di Londra? Oppure, come ha denunciato la Ong Oxfam, è un aggettivo «assurdo» per l’intesa sulla tassazione globale dei G7, e l’aliquota del 15% è un’asticella troppo bassa?L’impalcatura uscita dal summit ha due assi portanti che tengono insieme il desiderio europeo di tassare le Big Tech Usa e quello americano di rendere sconveniente alle proprie aziende mettere il domicilio fiscale all’estero. Il primo pilastro dice che le multinazionali dovranno versare all’erario un’aliquota di almeno il 15%. Un freno alla caduta della presa fiscale sulle grandi imprese, passata dal 40% del 1980 a meno del 24% attuale, media globale che tiene conto degli ‘zero tondi’ di giurisdizioni come Emirati, Bahamas o isole della Manica. Il secondo pilastro punta alle aziende più grandi e redditizie: il 20% dei loro utili, oltre una soglia del 10% dei profitti, andrà tassato nei Paesi dove vengono realizzati.Cosa ne verrà agli Stati? Tutto è da scrivere nei dettagli, dove si annida il diavolo delle ottimizzazioni fiscali. L’Ocse ha calcolato che il combinato disposto potrebbe valere tra 50 e 80 miliardi di dollari. Al livello ancora embrionale del progetto, le forbici delle stime sono larghe.Sul primo pilastro, i dati più recenti sono stati raccolti in uno studio dell’Eu Tax Observatory. Immaginando un perfetto coordinamento globale su una tassa minima al 15%, ogni Paese avrebbe il diritto di recuperare il deficit di introiti dalle proprie aziende che operano all’estero sfruttando un’aliquota di favore. Se per esempio una big tedesca ha una filiale a Singapore, dove è tassata al 10%, Berlino può reclamare il 5% che manca su quella quota di profitti. Per l’Ue significherebbe un extra- gettito di circa 48 miliardi di euro, per gli Stati Uniti di 41. A beneficiarne sarebbero proprio i Paesi che con le grandi corporation sono scesi a patti, pur di accogliere i loro quartieri generali, a colpi di accordi fiscali di favore: Belgio (10,5 miliardi) e Irlanda (7,2) – che però perderebbero fascino agli occhi delle aziende – poi Francia (4,3), Germania (5,7) e Lussemburgo (4,1). All’Italia si attribuisce una quota da 2,7 miliardi, da raccogliere dalle (poche) multinazionali tricolori in giro per il mondo: Eni, Enel, Intesa e Unicredit, quelle citate dallo studio.Quanto al secondo pilastro, il Financial Times stima impatti ben più modesti, nell’ordine dei 12 miliardi di dollari. Alcuni big, come Amazon, potrebbero sfuggire al meccanismo grazie a un margine di profitto che si ferma al 7,5%. Quel che fa gola è la possibilità di ridistribuire il diritto di tassazione su un centinaio di miliardi di utili, che tornerebbero alle giurisdizioni in cui le multinazionali operano. Le Università di Berkeley e Copenhagen, con il National Bureau for economic research, hanno calcolato che negli ultimi 35 anni ben 700 miliardi di profitti delle multinazionali sono finiti offshore. Il perché è presto detto: tra il 2010 e il 2019, le Silicon Six (Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google e Microsoft) sono riuscite a limitare all’8,4% il prelievo sui guadagni esteri. Un fenomeno del quale è stata vittima anche l’Italia, alla quale ogni anno sfuggirebbero 23 miliardi di euro tassabili in favore di giurisdizioni più generose. Non è un caso se Google, Amazon, Facebook, Apple, Airbnb, Uber e Booking.com hanno versato nel 2019 in tutto alle nostre Entrate 42 milioni. Gran parte di questi denari da ridistribuire arriverebbe dalle aziende Usa: il 72% degli utili registrati dalle cento multinazionali più profittevoli è proprio made in Usa.

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