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Per gli sportelli è stagione di saldi

Cinquanta mesi per cambiare il mondo. Anche meno. Era il 2008 quando le agenzie bancarie sembravano essere le protagoniste della nuova corsa all’oro, secondo il principio che il presidio territoriale era determinante per il successo di una banca. Ovvi i riflessi sui prezzi: le mille filiali di Antonveneta vennero pagate 9 milioni di euro l’una, ma ci furono punte anche superiori, Carige-Veneto Banca-Pop.Puglia e Valtellinese pagarono a Intesa Sanpaolo 9,6 milioni ognuno dei 198 sportelli acquisiti. E in precedenza si arrivò a sfiorare i 12 milioni per agenzia.
Impieghi e liquidità
«All’epoca — dice Gabriele Benedetto senior manager di Value Partners — si tendeva a valorizzare i multipli insiti in quella agenzia. Si pagavano gli impieghi. Oggi, al massimo, si è disposti a riconoscere un premio sulla liquidità». Complice l’andamento dell’economia che ha causato il rovesciamento di parametri evidenziato da Benedetto e il tambureggiante avanzare delle tecnologie digitali che hanno reso meno necessario il ricorso allo sportello fisico per il disbrigo delle maggior parte delle incombenze di cassa, oggi le agenzie si vendono, ammesso che ci sia qualcuno disposto a comperare. Oppure più semplicemente si chiudono.
Nel piano industriale di Intesa Sanpaolo sono evidenziati circa 500 sportelli in eccesso. Con il realismo che lo contraddistingue, il consigliere delegato del maggior gruppo per presenza sul territorio italiano, Enrico Tomaso Cucchiani, ha portato quel numero a mille, scatenando tensioni interne, anche sul fronte sindacale, di una qualche rilevanza. Con mille agenzie in meno, IntesaSanpaolo sfonderebbe al ribasso la soglia dei 5 mila sportelli, imboccando la strada di una diversa supremazia territoriale fatta di maggiore efficienza, minori costi fissi, elevata attenzione alle esigenze di investimento e agli impegni a lungo termine della clientela. Un sentiero su cui dovranno necessariamente arrampicarsi altri gruppi bancari.
I risparmi di Ghizzoni
«Unicredit ha già chiuso 800 sportelli negli ultimi due anni — sottolinea Federico Ghizzoni, amministratore delegato della prima banca italiana, l’unica caratterizzata da una marcata presenza estera —. Lo abbiamo fatto fin dal momento della fusione con Capitalia, nel 2007, quando le sovrapposizioni territoriali erano numerose e abbiamo continuato a farlo anche negli ultimissimi mesi. Il rapporto del cliente con l’agenzia sta mutando rapidamente: all’interno del nostro gruppo vediamo gli effetti positivi della banca online Fineco ed è quella una tendenza precisa e diffusa che dobbiamo considerare con attenzione». Agenzie e quartieri generali. Unicredit razionalizza: «Dal prossimo marzo — evidenzia Ghizzoni — tutte le strutture corporate presenti a Milano verranno trasferite nel nuovo grattacielo in zona Garibaldi: un’operazione che ci permetterà di contabilizzare risparmi sull’ordine dei 20 milioni di euro l’anno. Lo stesso faremo nelle maggiori piazze europee dove la banca è presente, per arrivare ad aggiungere altri 100 milioni di risparmi ottenibili da queste attività di concentrazione».
Gli sportelli sono passati di moda. «Certamente sono meno appealing — assicura Benedetto —. Così le banche si trovano a un bivio. Il cliente è un bene prezioso, soprattutto le famiglie e le pmi, così piuttosto che svendere molti cercano di ristrutturare il proprio business: aggregano agenzie e studiano canali alternativi. Il nodo è abbattere i costi di servizio, ovvero spendere meno per servire la medesima base di clientela. La relazione con il cliente è il vero asset irrinunciabile, così gli istituti che l’hanno compreso stanno cercando di garantire il servizio di sempre contenendo i costi». Anche perché i margini ci sono.
Prezzi in picchiata
In cinquanta mesi è cambiato tutto. Se prima uno sportello passava di mano a quasi 10 milioni di euro, oggi si può risparmiare il 60 per cento. Le ultime transazioni (alcune cessioni di IntesaSanpaolo al Crédit Agricole, la vendita del Banco Popolare a Tercas, vedi tabella) sono contabilizzate attorno a quota 4 milioni. Resta chi deve vendere. I circa 200 sportelli di Barclays in Italia sembrano non essere più strategici per Londra. Mentre il Monte dei Paschi di Siena è alle battute finali per la cessione del 60 per cento di Banca Biver, 115 sportelli tra Vercelli e Biella per i quali sono in corsa Cr Asti e Popolare Vicenza. Siena sta poi sondando la cessione di Antonveneta: dei meno di 500 sportelli oggi riconducibili alla banca padovana, potrebbero essere ceduti circa la metà, compreso il marchio. Dalle due operazioni a Siena contano di ricavare circa 800 milioni di euro, un’entrata provvidenziale in questo momento. Il fatto è che la vendita va controtendenza e che ad Antonveneta — peraltro riportata in linea di galleggiamento da Giuseppe Menzi —, potrebbero essere interessati soprattutto gruppi stranieri, non Intesa Sanpaolo che in area ha la forte presenza di Casse Venete, né Unicredit che ha assorbito Cassamarca e Cariverona. Entrambe poi sono oggi attratte sul lato del venditore, piuttosto che del compratore. Così tra le varie ipotesi, una accreditata è quella di Bnl-BnpParibas. Il grande gruppo francese, guidato in Italia da Luigi Abete, potrebbe giocare un ruolo nella cura dimagrante del Monte dei Paschi. Il dossier gira e, secondo alcuni, è arrivato anche al quartier generale di via Veneto, a Roma. Bnp però potrebbe essere interessata solo agli sportelli, come marchio infatti andrebbe benissimo quello di Parigi.

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