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Per gli investimenti bonus da semplificare

La malattia del nostro Paese, che non riesce ad attirare investitori esteri e stimola l’esodo di quelli italiani, per l’elevatezza degli oneri tributari a carico delle imprese, è stata diagnosticata da tempo. Lo studio realizzato per la Banca Mondiale sui dati del 2006 aveva già messo in evidenza le imposte totali pagate/gestite dalle imprese: imposte sul reddito, sulle retribuzioni, costi per gli adempimenti, e i risultati dello studio avevano un’ovvia sintesi: al primo posto – per il minor carico totale – era l’Irlanda e all’ultimo l’Italia.
Essendo tre gli elementi del carico fiscale, è necessario che si agisca su tutti. Partiamo dal fondo, cioè dai costi per gli adempimenti. Dalla data dello studio sopra riportato, i costi della compliance sono aumentati in misura esponenziale, con l’introduzione di nuovi adempimenti dal costo certo e dall’utilità per il sistema tutta da provare, come lo spesometro o la comunicazione black list, solo da poco per importi superiori a 500 euro. Ma le maggiori perplessità riguardano gli adempimenti connessi all’imposta sul valore aggiunto, che la direttiva non prevede (l’elenco degli acquisti di servizi o le autofatture non imponibili o esenti) o che consente (l’elenco degli acquisti di beni), ma che sono stati adottati solo in pochi Paesi. I controlli bancari ora sono più che stringenti su chiunque, con le regole di ormai imminente attuazione sulle “spedizioni di pesca” (fishing expeditions, come si dice correntemente a livello internazionale) nelle attività finanziarie detenute in Italia. In altri termini, vista la giusta facilità nell’analisi dei movimenti finanziari, propiziata anche dalla continua riduzione per l’uso del contante, limitiamo al minimo o se possibile eliminiamo le comunicazioni che non esistono all’estero, dove i modelli Intra hanno solo due colonne: partita Iva e importo.
Per il costo del lavoro, aggravato dalla fiscalità (il dipendente ha come obiettivo il netto e il datore di lavoro ha come costo il lordo, tenendo conto anche dei contributi previdenziali) la drastica riduzione della detassazione per il salario correlato agli incrementi della produttività – il cui basso livello è una delle cause della deindustrializzazione nel nostro Paese – merita una profonda rivisitazione ed un adeguato ripristino/incremento significativo.
Per la tassazione del reddito prodotto, abbiamo apprezzato l’Ace, cioè la riduzione di base imponibile conseguente alla ricapitalizzazione delle imprese (anche se il tasso convenzionale del 3% è ben diverso da quanto dovremmo avere a regime per tener conto degli oneri finanziari, incrementati per la componente del rischio di impresa), e la deducibilità della componente Irap sul costo del lavoro. Quest’ultima regola è in vigore dal 2012 e ha confermato l’illegittimità costituzionale della mancata o limitata deduzione per il passato, da cui la possibilità di presentare domanda di rimborso per i periodi non prescritti, pur sapendo che non esistono le risorse per questo pagamento alle imprese.
Un altro argomento di rilievo riguarda gli investimenti in nuovi beni strumentali. In passato abbiamo avuto vari benefici noti con il nome di Tremonti, anche nelle successive reiterazioni. Per un’impresa che partiva da zero investimenti nel periodo di riferimento storico (e tra queste le nuove) l’agevolazione arrivava a consentire l’ammortamento fiscale del 150%, cioè del 50% subito, ad integrazione dell’ammortamento ordinario. La concreta attuazione della norma ha dato luogo ad incertezze operative, tenendo conto anche della necessità di concludere l’investimento ad una data fissa, con il rischio di perdere l’agevolazione per ritardi del fornitore e di capire quali erano i settori agevolati (non era più semplice dire «tutti gli investimenti tranne»?), e a non poche disparità relative al calcolo della base di riferimento. Una soluzione molto semplice, sperimentata anche in altri Paesi, potrebbe essere quella di concedere a tutti i nuovi investimenti un sovra-ammortamento fiscale del 5% per ciascuno dei primi tre anni. Costa sicuramente meno della Tremonti, ed è un incentivo permanente di cui si può tener conto in qualsiasi business plan.

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